Fin da piccoli molti giapponesi si sforzano di avere educazione e ospitalità come filosofia di vita, un'abitudine radicata nella cultura e nella società del Giappone. Questo modo di ricevere gli altri si chiama omotenashi.
In italiano si traduce quasi sempre con ospitalità. Esaminiamo il verbo da cui nasce e ciò che si offre a chi arriva, un tè o un pasto.
Indice 4
Significato di omotenashi
Omotenashi (おもてなし) è la forma cortese di motenashi. Nella grafia 御持て成し, 御 è il prefisso onorifico o, quello di ocha, il tè. 持て成し viene dal verbo motenasu (持て成す): trattare qualcuno o riceverlo.
Nel Daijisen digitale, motenashi è il trattamento riservato a un ospite e anche il banchetto, con un pasto oppure con tè e dolci. Lo stesso dizionario registra il portamento di una persona e la sistemazione di una faccenda.

L'origine dell'omotenashi
Motenashi è il nome del verbo motenasu. Il verbo unisce nasu, fare o portare a termine, al prefisso mote. Akira Kaminaga, che ha diretto i dizionari della Shogakukan, spiega che mote sta davanti al verbo e gli dà una sfumatura, o ne rafforza il senso, come in motehayasu. Lo ricava dal Nihon kokugo daijiten.
All'inizio il verbo indicava un atteggiamento preso di proposito, oppure come si sbriga una situazione. Nel Genji monogatari, verso l'anno Mille, motenashi è il portamento: nel capitolo di Suetsumuhana rende presentabile una figura poco graziosa. In Agemaki indica come una persona sistema una faccenda propria. Ricevere qualcuno con cura, fino a offrirgli da mangiare e da bere, è un senso che si afferma nel Medioevo.
In molti discorsi la parola viene letta come omote-nashi (表なし): una faccia sola, senza un trattamento diverso nel retro. Quella lettura racconta un ideale. I dizionari registrano la grafia 持て成し, il nome di motenasu.
La cerimonia del tè, affinata da Sen no Rikyū nel tardo XVI secolo, è il rito a cui oggi si collega spesso questa accoglienza: l'incontro preparato per quella persona e per quel giorno. Nel verbo, l'offerta di tè e di cibo è più antica di Rikyū.
Il 7 settembre 2013, alla 125ª sessione del Comitato Olimpico Internazionale a Buenos Aires, Christel Takigawa presentò in francese la candidatura di Tokyo e scandì o-mo-te-na-shi. Da quel discorso la parola è diventata nota anche fuori dal Giappone. Quell'anno la formula è stata scelta per il premio delle parole nuove e di moda. L'anno dopo, l'Agenzia del turismo giapponese ha riunito le associazioni locali in un gruppo di studio su come ricevere i viaggiatori.
Che cosa comporta l'omotenashi?
Omotenashi comporta trattare l'ospite, il cliente o il vicino nel modo migliore che si riesce a trovare in quel momento. È come la regola d'oro che dice «trattare gli altri come si vorrebbe essere trattati». E tutto questo senza aspettarsi nulla in cambio.
Tutta questa accoglienza si fa senza clamore, in silenzio e con discrezione. È un sentimento che coinvolge umiltà e onestà.
Anche l'intrattenimento degli ospiti rientra nel verbo motenasu. È il lavoro storico delle geishe: stare con chi è stato invitato, con musica, conversazione e una cura visibile dei dettagli.

Alcune forme con cui si serve e si saluta vengono dalla cerimonia del tè e dalle arti marziali. Nel bushido, così come lo si racconta oggi, la cortesia verso chi si ha davanti fa parte del codice del samurai. La parola, adesso, si sente soprattutto nei negozi, nei ryokan (le locande tradizionali) e nei ristoranti.
In alcuni negozi il comportamento è scritto in un regolamento: come accogliere, che frase dire, quando inchinarsi. Il gesto fatto per abitudine e il gesto fatto perché la regola lo chiede non si somigliano sempre. Le regole servono a insegnare il minimo, soprattutto ai bambini, e a un certo punto la persona tratta bene l'altro anche quando nessuno controlla il manuale.

Esempi di omotenashi
Di seguito, qualche aspetto della vita in Giappone in cui questa attenzione si vede:
- mettere la mascherina quando si è raffreddati, per non passare il malanno a chi sta vicino;
- l'inchino e il keigo, le forme cortesi della lingua;
- sumimasen, detto per un disturbo piccolo anche quando la colpa non è chiara;
- il conto senza mancia: in Giappone di solito non si lascia la mancia, e insistere può mettere in imbarazzo;
- non lasciare rifiuti per strada;
- la puntualità, treni compresi;
- un portafoglio trovato e portato alla polizia di quartiere;
- le porte del taxi che si aprono da sole;
- l'oshibori, l'asciugamano caldo o freddo secondo la stagione, portato al tavolo prima di mangiare;
- un cantiere che avvisa del disturbo e chiede scusa ai passanti;
- i bambini che a scuola puliscono l'aula insieme;
- il modo in cui un piatto viene composto prima di arrivare in tavola.
Non tutti i giapponesi praticano questa maniera di ricevere gli altri. In qualsiasi posto restano persone attente e persone che non lo sono: pensateci prima di commentare sciocchezze. Quello che conta è la parte che ognuno fa, quando gli capita di avere qualcuno davanti.
Se vi è piaciuto, lasciate un commento. Conoscete un altro gesto che, secondo voi, mostra l'omotenashi?






Community
Commenti
0 commenti
Non ci sono ancora commenti pubblicati in questa lingua.
Invia commento