Esiste pregiudizio con tipi e colori di capelli in Giappone?

Esiste pregiudizio con tipi e colori di capelli in Giappone?

Scuola, strada e il mito del «niente pregiudizio»

Per genetica, gran parte delle persone in Giappone nasce con capelli neri e lisci. Da lì il dubbio, sempre lo stesso: se arrivi riccia, bionda, rossa o con una tinta da personaggio di anime, ti mettono in un angolo?

Esiste persino un proverbio: deru kugi wa utareru (出る釘は打たれる), il chiodo che sporge viene martellato. Sui capelli vale? Dipende da dove sei. Un’aula delle superiori e un marciapiede di Harajuku non sono lo stesso Giappone.

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A scuola il colore è una regola, non un vezzo

Negli anni Novanta molti giovani volevano schiarire, tingere, cambiare taglio. Le scuole, in larga parte, no. Chi ignorava il regolamento finiva richiamato; in alcuni istituti i professori spingevano lo studente a “tornare allo standard”. Non era solo moda. Anche chi nasceva con il castano o con un riccio naturale poteva finire sotto esame.

Il documento ha un nome: 地毛証明書 (jige shōmeisho), certificato di capelli naturali. Nel 2021, secondo i dati del consiglio metropolitano dell’istruzione di Tokyo, 79 licei pubblici su 177 — circa il 44,6% — lo chiedevano a chi non aveva il binomio «neri e lisci». Alcune scuole volevano foto da bambini e la firma di un genitore. Il consiglio spiegava che il modulo serviva a «evitare malintesi». Solo cinque di quelle 79 lo indicavano come facoltativo.

Nel 2017 una studentessa della prefettura di Osaka, con capelli castani naturali, fu pressata a tingerli di nero. Le radici, secondo i docenti, «non erano abbastanza nere»: le tolsero il banco, cancellarono il nome dall’elenco, la esclusero da una gita. Nel febbraio 2021 il tribunale di Osaka riconobbe un danno psicologico e le assegnò 330.000 yen di risarcimento — circa 2.500 euro — ma diede ragione alla scuola sul punto più amaro: il regolamento in sé non violava la legge.

Il bersaglio non è solo la tinta da anime. Capelli mossi o ricci naturali, frangette troppo lunghe, treccia, permanenti: in certi istituti tutto ciò che esce dal «liscio e nero» può scattare un richiamo. Lo stesso certificato è nato per far rispettare il divieto di tingersi, e ha finito per colpire chi il colore ce l’aveva già in culla. Per questo ridurre il tema a «non è pregiudizio, sono solo regole scolastiche» non regge: la regola, applicata così, tratta un tratto fisico come una infrazione.

Cinque studentesse in uniforme scolastica giapponese, capelli neri lisci, in un corridoio

Queste norme rientrano in quello che in Giappone si chiama ブラック校則 (burakku kōsoku): regole scolastiche irragionevoli, spesso non scritte, infittitesi tra anni Settanta e Ottanta. Nel 2022 Tokyo ha chiesto a centinaia di istituti pubblici di rivedere o togliere obblighi su capelli neri e lisci, acconciature e persino il colore della biancheria. Non è una legge nazionale. Fuori dalla capitale, e in molte scuole private, il tono dell’uniforme può restare quello di sempre. Le regole delle scuole giapponesi cambiano da un quartiere all’altro: conviene leggerle, non immaginarsele.

Fuori dall’uniforme, le tinte diventano scena

Anche se la scuola è rigida, in città i capelli sono un altro mestiere. Cantanti e band del visual kei arrivano con tagli impossibili. Il castano e il rosso sulle ragazze non sono un incidente: sono un look da copertina.

Collage di acconciature giapponesi: capelli lunghi colorati, code, personaggio anime e geisha

Negli anime, nei manga e nei giochi i personaggi hanno capelli blu, rosa, arancio. Non è un errore di doppiaggio: è il desiderio, in cartone, di distinguersi. Poi la moda lo porta in strada. Le gyaru tendono al biondo ossigenato e al riccio. Alcune lolita tingono o usano parrucche. Decenni fa i yankii, i ribelli da liceo, già giocavano con lo schiarito e il pompadour.

Oggi, a Tokyo o Osaka, puoi arrivare con una coda fino ai piedi e i colori dell’arcobaleno. In strada, nella maggior parte dei casi, la gente resta educata: più facile che qualcuno chieda una foto che una ramanzina.

Gruppo di gyaru a Tokyo con capelli tinti biondi, rosa, viola e grigi, in posa su un incrocio

Turista, ufficio e chi nasce già «fuori regola»

L’idea che in Giappone esista un pregiudizio totale contro ricci, biondi o castani è esagerata. In genetica quei capelli sono meno comuni, e proprio per questo molte persone li invidiano e si fanno onda o tinta per differenziarsi. Il punto cieco è un altro: a scuola, «diverso» spesso significa «hai violato il regolamento», anche quando il colore è nato con te.

Se sei studentessa o studente, la prima domanda non è cosa penserà la gente in metro. È cosa scrive il regolamento del tuo istituto, e se il colore è naturale conviene dirlo subito, con foto d’infanzia se le chiedono, invece di tingersi di nero «per stare tranquilli». Se sei in viaggio, Harajuku, Shibuya o Namba non ti chiedono un certificato: una tinta visibile in centro è normale. I parrucchieri in Giappone sono abituati a tinte, decolorazioni e tagli da copertina: è un mestiere serio, non un passatempo.

Tre stili: pompadour da yankii, capelli mossi con copricapo rosa e cosplay dai capelli ramati

In ufficio il tono cambia di nuovo. Molte aziende, soprattutto a contatto con i clienti, preferiscono un aspetto sobrio. Non è un divieto nazionale di tinta, e non è «tutto permesso» come in un weekend a Takeshita-dōri. La stessa tinta che passa inosservata a Takeshita il sabato può risultare fuori posto in un ufficio al lunedì: non è contraddizione, sono due palcoscenici.

Il pregiudizio, quando c’è, sta nel tentativo di far rientrare tutti nello stesso stampo scolastico. Fuori da quello stampo, il Giappone delle strade è pieno di capelli che il chiodo, per una volta, non è riuscito a martellare.

Fonti e link utili

Sull'autore

Kevin Henrique

Specialista con oltre 10 anni di esperienza nella cultura asiatica, con focus su Giappone, Corea, anime e giochi. Autodidatta, scrittore e viaggiatore concentrato sull'insegnamento del giapponese, consigli di viaggio e curiosità profonde.

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