Ninja: miti e verità sugli shinobi del Giappone feudale

Ninja: miti e verità sugli shinobi del Giappone feudale

Mercenari, spie e contadini addestrati: il ninjutsu dietro i miti da film.

Grazie ai film e alle serie occidentali, samurai e ninja (o shinobi) sembrano due fazioni opposte: da una parte l'armatura e il codice d'onore, dall'altra l'ombra che uccide e scompare. In realtà i samurai appartenevano alla casta guerriera nobile. Gli shinobi venivano assoldati per lavori che il combattimento aperto non poteva fare: spionaggio, sabotaggio, infiltrazione.

Quel bianco e nero ha prodotto un effetto curioso: c'è chi dubita che i ninja siano esistiti. Il nome shinobi (忍び) è antico, ma la figura professionale si vede con più chiarezza nel periodo Sengoku, tra le montagne di Iga e Kōka. I miti, intanto, fanno più rumore dei documenti.

Figura di ninja in abito scuro e maschera, immagine popolare dello shinobi

In guerra i due ruoli si mescolavano. Il samurai teneva il campo. Lo shinobi raccoglieva informazioni, incendiava un torrione, apriva una breccia. Non erano sempre nemici: a volte lavoravano per lo stesso signore, con mestieri diversi.

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I ninja erano assassini del male?

Mito! I ninja non erano assassini del male che uccidevano a piacere. È però uno dei cliché più tenaci. L'assassinio esisteva tra i loro incarichi, insieme a spionaggio, sabotaggio, infiltrazione e guerriglia. Il punto non è l'innocenza: è che il lavoro principale era restare invisibili, non fare a pezzi i «buoni» in un corridoio.

Nei film appaiono come mercenari malvagi che saltano fuori dalle ombre. Storicamente molti provenivano da famiglie di villaggio, non dalla corte. Il ninjutsu — insieme di tattiche di sopravvivenza, inganno e arti marziali — nasce in zone dove un piccolo gruppo non poteva affrontare un esercito in campo aperto. Fuggire se possibile, colpire se non restava altra via.

Shinobi solitario in abito scuro, in piedi in un ambiente dimesso

Quando serviva denaro o protezione, quelle abilità si vendevano. I ninja (忍者) in Giappone sono più spesso chiamati shinobi (忍び): chi si nasconde, chi si muove di soppiatto, chi raccoglie notizie senza farsi notare. La parola ninja, all'estero, è arrivata dopo e ha coperto quasi tutti gli altri nomi regionali — monomi, rappa, Iga-mono.

Tutti i ninja erano uomini?

Mito! L'immagine occidentale è quella dell'uomo mascherato con la spada. Nei manuali e nel racconto dei clan compaiono anche donne addestrate a osservare, portare messaggi e vivere dentro una casa nemica senza destare sospetto. In seguito sono state chiamate kunoichi.

Kunoichi, figura femminile associata al ninjutsu, in abito scuro

Uno shinobi maschio poteva fingersi servo, artigiano o monaco, ma quelle maschere raramente davano accesso libero alle stanze interne. Una donna assunta come serva o dama di compagnia sentiva conversazioni che un uomo travestito non avrebbe mai raggiunto. Non è la stessa cosa delle onna-bugeisha, le guerriere samurai: il mestiere della kunoichi, quando compare nelle fonti, è soprattutto l'infiltrazione.

La versione da film — attirare il bersaglio fingendosi in pericolo e poi ucciderlo — è in gran parte letteratura e cinema del Novecento. I testi più sobri parlano di ascoltare, guadagnare fiducia, riferire. Occasionalmente le armi c'erano: forcine, lacci, veleni, oggetti di casa che non sembravano un arsenale.

Ninja in maschera nera con lama, ritratto da cultura popolare

Una curiosità che vale la pena tenere: il nome kunoichi (くノ一) si ottiene mettendo in fila i tre tratti che formano l'ideogramma di donna (女). È un gioco di scrittura, non una prova militare. Aiuta però a ricordare che «ninja» non era un mestiere riservato agli uomini.

L'uniforme del ninja è un abito nero e una maschera?

Mito! Si vestivano in base alla missione. Per avvicinarsi a un accampamento, copiavano i panni di chi stava già lì. Di notte, tessuti scuri potevano aiutare tra le ombre. Sulla neve, il bianco. Il travestimento da civile — contadino, monaco, mercante — era più utile di qualsiasi «uniforme».

Il vestito nero integrale con maschera, quello dei poster, non è un'uniforme documentata degli shinobi. L'immagine deve molto al teatro: i kuroko (黒衣), gli assistenti di scena del kabuki e del bunraku, si vestono di nero perché il pubblico deve fingere di non vederli. Quando un attore «ninja» usciva da quel nero, lo spettatore capiva l'invisibilità. Il costume è rimasto attaccato alla figura, fuori dal palco.

Ninja in movimento con lama, silhouette scura da rappresentazione scenica

Gli abiti da lavoro dei contadini, spesso tinti di blu scuro, stanno più vicino al quotidiano di Iga che il lycra nero da souvenir. E no: non sparivano in una nuvola magica. Una distrazione — sabbia negli occhi, un rumore lontano, un incendio acceso altrove — e si correva come qualunque essere umano. I salti di tre metri tra i muri restano al cinema.

I ninja usavano solo shuriken e spade?

Shuriken e lame corte potevano far parte dell'arsenale. Non erano però il marchio esclusivo dello shinobi, né l'arma «ufficiale» dei manuali. A seconda dell'occasione si usava ciò che stava a portata: attrezzi da casa, una falce, una corda, una scala pieghevole, polvere per accecare. Lo shuriken compare in scuole di lancio anche tra samurai. Trattarlo come stella magica del ninja è un altro mito comodo.

La parola ninjutsu unisce nin (忍, sopportare, agire di soppiatto) e jutsu (術, tecnica). Nelle scuole moderne si parla spesso di circa diciotto discipline di base. Non è un elenco feudale inciso nella pietra: è un modo successivo di ordinare combattimento a mani nude, spade, lancia, naginata, kusarigama, esplosivi, cavallo, occultamento e lettura del terreno.

Rappresentazione di ninja in un paesaggio giapponese, tra alberi e ombra

Essere shinobi, nei testi che restano, è meno «superpotere» e più mestiere: sapere dove nascondersi, quale abito non stona, quando una porta vale più di una katana. I media mostrano una frazione di quel lavoro — e di solito la parte più rumorosa.

Gli shinobi sono esistiti davvero? Iga, Kōka e i manuali

Sì. Non come maghi dell'acqua e del fuoco, ma come spie e mercenari del Giappone feudale. I nuclei più citati stanno nella provincia di Iga (oggi prefettura di Mie) e nella regione di Kōka o Kōga (prefettura di Shiga): villaggi di montagna, lontani dalle grandi piane, dove famiglie si specializzarono in ricognizione e guerra irregolare.

Dopo l'unificazione sotto i Tokugawa, quel mestiere perse urgenza sul campo. Restano però i manuali compilati nel Seicento, quando la pace dello shogunato aveva già cambiato il paese: il Bansenshūkai (1676) raccoglie saperi dei clan di Iga e Kōka. Lo Shōninki (1681) elenca travestimenti e modi di muoversi in territorio altrui. Sono libri, non fumetti. Servono proprio perché i fatti e le leggende, da Meiji in poi, si sono attorcigliati.

Se ti resta la curiosità per il resto del Giappone feudale, la storia raccontata per epoche aiuta a collocare Sengoku, Edo e il momento in cui lo shinobi di carne diventa il ninja da manifesto.

Fonti e link utili

Sull'autore

Kevin Henrique

Specialista con oltre 10 anni di esperienza nella cultura asiatica, con focus su Giappone, Corea, anime e giochi. Autodidatta, scrittore e viaggiatore concentrato sull'insegnamento del giapponese, consigli di viaggio e curiosità profonde.

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