Tanuki: il cane procione giapponese

Tanuki: il cane procione giapponese

Tra boschi, yōkai e statue di ceramica

Il tanuki (狸) ha la mascherina nera di un procione e il passo di un cane, ma in Giappone non è solo un animale. È anche lo yōkai che cambia forma, la statua grassoccia con il sakè sottobraccio e, in più di una regione, un nome che si confonde con quello del tasso: mujina.

Quello vero vive in montagna e in pianura, arriva a circa 65 cm e pesa dai 4 ai 10 kg. Quello di ceramica sta all'ingresso dei ristoranti e promette affari. La distanza tra i due è il motivo per cui vale la pena guardarlo da vicino — prima il pelo, poi il folklore.

Tanuki giapponese con la mascherina nera intorno agli occhi
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Comportamento e stile di vita

Sono onnivori: mangiano semi e frutti, ma anche rane, lucertole e piccoli roditori. Nonostante siano selvatici, non cercano lo scontro. Preferiscono fuggire e, se serve, si fanno i morti — una thanatosi che in giapponese ha lasciato traccia anche nell'etimologia popolare del nome.

Vivono in coppia. La gestazione dura circa 60 giorni e il maschio aiuta ad allevare i cuccioli, portando cibo alla compagna e alla nidiata fino allo svezzamento, circa 50 giorni dopo la nascita. In natura arrivano di solito ai 7–8 anni.

Tra i canidi sono tra i pochi ad affrontare la stagione fredda con un riposo simile al letargo. Prima di quello stato, aumentano la massa corporea di circa il 50% per mettere da parte il grasso. Hanno anche artigli ricurvi che li aiutano a salire sugli alberi e denti relativamente piccoli per un predatore del loro aspetto.

Qualcuno li ha tenuti come animali da cortile, ma il tanuki non è un cane da compagnia. In Giappone è stato cacciato per la carne — a cui si attribuivano, a torto o a ragione, qualità medicinali — e per la pelle usata in abiti e pennelli. Il cane procione del continente, parente stretto, è finito anche negli allevamenti da pelliccia: mescolare quei numeri con la caccia giapponese è un errore che si legge ancora in giro. Oggi il conflitto più concreto è con i campi e con le strade.

Cane, procione o tasso?

Il tanuki è un canide del genere Nyctereutes. Non è un procione americano e non è un tasso, anche se il muso e la mascherina ingannano. In giapponese si scrive 狸 o タヌキ; in italiano si è imposto cane procione giapponese. Molti zoologi lo trattano come specie a sé, Nyctereutes viverrinus; altri lo tengono come sottospecie del cane procione continentale. Per chi lo incontra in un bosco di Honshū, la disputa cambia poco: è l'unico animale di quel genere endemico del Giappone.

Il pasticcio dei nomi viene da mujina. In alcune zone la parola indica il tanuki, in altre il tasso, e per secoli i due si sono scambiati l'etichetta. Non è un vezzo da dizionario: è il motivo per cui ancora oggi qualcuno chiede se il tanuki sia «un cane o un procione». Per i nomi degli animali in giapponese, tanuki resta comunque la voce che tutti riconoscono.

Tanuki nella cultura giapponese

Come la volpe kitsune, il tanuki del folklore — il bake-danuki — cambia forma. Si fa monaco, teiera, bella donna, foglia che sembra banconota. Nelle cronache più antiche può fare paura; nelle stampe e nelle storie successive diventa un burlone goloso, un po' goffo, più interessato al sakè che al terrore. Il registro oscuro non è sparito del tutto: la fiaba Kachi-kachi Yama lo dipinge crudele. Ma l'immagine che vince oggi è quella allegra, quella che si fotografa fuori dai locali.

Esiste un detto che vale più di molte spiegazioni: toranu tanuki no kawazan'yō (捕らぬ狸の皮算用), «fare i conti della pelle del tanuki che non si è ancora preso». In italiano è vendere la pelle dell'orso. La pelle, un tempo, valeva davvero: sottile ed elastica, serviva anche a battere l'oro in foglia. Da lì, dicono, lo scroto enorme delle statue ha preso il senso di prosperità, non di barzelletta da osteria.

A Tokushima, in novembre, si tiene l'Awa no Tanuki, una festa cittadina nata nel 1978. Non è un rito antico e non sfila l'animale vero: è il modo in cui la prefettura di Awa, ricca di leggende su tanuki nominati e temuti, ha messo quella figura in piazza.

Statua di tanuki con cappello di paglia, pancia e attributi esagerati

Le statue e gli otto tratti della fortuna

Le statuette che si vedono davanti a ristoranti, izakaya e negozi — soprattutto quelle di ceramica di Shigaraki, nella prefettura di Shiga — funzionano un po' come il maneki-neko: invitano a entrare e promettono affari. Cappello di paglia, fiaschetta di sakè, pancia larga, sorriso. Chi le compra non sta adottando un procione. Sta mettendo sulla soglia un portafortuna.

Nella tradizione delle botteghe, quella figura porta otto tratti (hassō engi). Non sono un elenco magico da recitare: sono il modo in cui i ceramisti hanno spiegato ogni pezzo della statua.

  • il cappello di paglia protegge dai guai;
  • gli occhi grandi aiutano a leggere la situazione e a decidere;
  • la bottiglia di sakè sta per la virtù;
  • la coda larga dà stabilità fino al risultato;
  • gli attributi esagerati promettono fortuna nei soldi;
  • la cambiale o il libretto dei conti parla di fiducia;
  • la pancia grande è decisione calma;
  • il sorriso tiene aperta la porta.

Non tutte le statue hanno ogni dettaglio. Il cappello e il sakè, però, si riconoscono anche da lontano.

Nei giochi e nell'animazione

In Occidente il tanuki è arrivato soprattutto dai media. In Super Mario Bros. 3 il costume Tanooki — dal giapponese tanuki reso all'inglese — permette a Mario di planare e di diventare una statua: non è «invincibile per sempre», è invulnerabile per un attimo, come un bake-danuki che si finge oggetto.

Il film Pom Poko (Heisei Tanuki Gassen Ponpoko, 1994) dello Studio Ghibli racconta un branco che usa proprio quelle metamorfosi per difendere la collina dall'avanzata dei cantieri. È il ritratto più lungo e più tenero che il cinema abbia dato all'animale e allo yōkai insieme. Accanto a lui, in anime e giochi, tornano tanuki mezzo umani, negozianti furbi e creature scambiate per procioni — un errore che i giapponesi, di solito, correggono di scatto.

Tanuki nella cultura popolare giapponese

Se dopo la statua e il costume resta la curiosità per altri mostri, miti e leggende giapponesi, il tanuki è un buon inizio: meno sacro della kitsune, più vicino al bancone del sakè, e ancora visibile — di notte, ai bordi di una strada di campagna — come animale vero.

Fonti e link utili

Sull'autore

Kevin Henrique

Specialista con oltre 10 anni di esperienza nella cultura asiatica, con focus su Giappone, Corea, anime e giochi. Autodidatta, scrittore e viaggiatore concentrato sull'insegnamento del giapponese, consigli di viaggio e curiosità profonde.

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