È difficile imparare la lingua giapponese?

Perché il giapponese è più semplice di quanto suggerisca la sua fama, e dove si concentrano le vere difficoltà.

Molti credono che la lingua giapponese sia molto difficile da imparare. E in effetti spaventa, a causa delle sue migliaia di ideogrammi. Eppure, la realtà è che il giapponese, nelle sue strutture centrali, è molto più accessibile di quanto la sua fama lasci intendere; in questo articolo vedrai in che senso la lingua giapponese si rivela più semplice da imparare di quanto suggerisca la prima impressione, e in quali punti si nascondono ancora gli ostacoli veri.

Prima di entrare nel dettaglio, una premessa importante: ogni lingua richiede dedizione e pazienza. Chi parla italiano, inglese, francese, spagnolo o portoghese si trova davanti a una struttura che in superficie appare estranea, ma che segue schemi più regolari rispetto a molte lingue europee, una volta che ci si è ambientati. La grammatica giapponese poggia su regole coerenti, il sistema di scrittura si compone di elementi ben definiti, e la pronuncia è più vicina al sistema sillabico delle lingue romanze di quanto l'ortografia inglese non lasci mai intendere.

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Semplicità nella grammatica e nei verbi

A differenza del portoghese, il giapponese non si trascina dietro migliaia di coniugazioni verbali né un sistema di pronomi sovradimensionato. Mentre il portoghese conta dieci tempi all'indicativo e sei al congiuntivo, il giapponese ne possiede solo due: presente e passato. Ciò che l'italiano, l'inglese, il francese o il tedesco esprimerebbero con futuro, condizionale o congiuntivo, in giapponese si esprime con una desinenza, con il contesto, oppure con un verbo ausiliare dedicato — non con una forma flessa separata.

L'esempio seguente mostra quante varianti diverse esiste del verbo andare in portoghese, e quante poche in giapponese:

  • Portoghese — Ir — vou, vais, vai, vamos, ides, vão, fui, fostes, foi, fomos, fostes, foram, ia, ias, ia, íamos, íeis, iam, fora, foras, fora, fôramos, fôreis, foram, irei, irás, iremos, ireis, irão, iria, irias, iria, iríamos, iríeis, iriam, vá, vas, vá, vamos, vades, vão, fosse, fosses, fosse, fôssemos, fôsseis, fossem, for, fores, for, formos, fordes, forem, vai, vá, vamos, ide, vão, ires, irmos, irdes, irem;
  • Giapponese 行く — iku — iki(masu), ikou, ike(nai), itte, itta, ika.

Già la forma base iku si usa nella maggior parte dei contesti. Le varianti mostrate sopra servono solo ad aggiungere una desinenza che sposta la frase al passato, al negativo, alla forma cortese, condizionale, oppure che aggiunge enfasi (masu, mashita, nai, tte, ta, nda, zo). Un ulteriore vantaggio: in giapponese i verbi non si coniugano in base al soggetto — che sia io, tu o loro, la forma resta la stessa.

Il giapponese, inoltre, non possiede genere grammaticale (maschile e femminile) nei sostantivi, e nemmeno il plurale. Non esiste articolo determinato né articolo indeterminato: niente il, un, lo, la. Una caratteristica che lo differenzia in modo radicale da italiano, portoghese, francese, spagnolo e tedesco.

Il soggetto può essere omesso

Un'altra semplificazione importante: in giapponese il soggetto si omette spesso. Il contesto, i pronomi personali già noti dalla conversazione, oppure la presenza di un verbo con una desinenza che rende chiaro il riferimento, bastano a rendere la frase comprensibile. In italiano dire "vado al mercato" richiede il pronome io per essere naturale; in giapponese 市場に行きます (ichiba ni ikimasu) funziona benissimo senza un pronome esplicito, perché la desinenza -masu segnala già la prima persona e il contesto fa il resto.

Questa omissione, combinata con l'assenza di articoli e genere, riduce drasticamente la quantità di pezzi che una frase deve incastrare per restare grammaticalmente corretta. Per chi arriva dall'italiano — abituato a scegliere genere, numero, articolo e forma verbale a ogni frase — il salto iniziale è controintuitivo, ma diventa rapidamente un sollievo: ti concentri su cosa vuoi dire, non su come accordare ogni parola.

Pronuncia e sillabe: più facili del previsto

Le sillabe giapponesi funzionano in modo molto diverso da quelle dell'inglese. L'italiano, lo spagnolo e il portoghese, con la loro struttura aperta consonante-vocale, sono in realtà parenti stretti del giapponese: le vocali sono quasi identiche (a, i, u, e, o) e la struttura sillabica segue lo stesso schema base (C‑V). Per chi parla italiano, la pronuncia giapponese non è una difficoltà.

Il giapponese possiede meno sillabe distinte rispetto alla maggior parte delle lingue: in totale circa 109 sillabe, e non esistono toni che cambino il significato di una parola come invece accade in cinese mandarino o in alcune lingue africane. Un altro aspetto che facilita l'apprendimento è che, pur con 109 sillabe, esistono solo 46 kana (caratteri sillabici) che le rappresentano. Il giapponese utilizza infatti due alfabeti composti di 46 kana ciascuno, che insieme formano circa 71 suoni diversi. Questo è possibile perché alcuni kana cambiano pronuncia tramite due segni diacritici (i dakuten e gli handakuten).


ka

ki

ha

ba

he

ga

gi

gu

pa

pe

Padroneggiando questi 46 kana di hiragana e katakana e i 71 suoni che ne derivano, sei in grado di leggere e pronunciare qualsiasi parola giapponese che non contenga ideogrammi, oppure che utilizzi il furigana (kana sopra i kanji). Per un italiano, il tempo necessario a interiorizzare hiragana e katakana si misura in poche settimane di pratica quotidiana.

Esempio della parola aishiteru scritta in hiragana e katakana con il kanji 愛してる sopra

Formazione delle parole e prestiti

Un'altra prova che il giapponese è una lingua dalla struttura semplice è che molte parole hanno origine dall'inglese e dal portoghese. Gran parte dei sostantivi che indicano oggetti moderni, nomi di animali, cibi e persino alcuni verbi hanno origine straniera, oppure possiedono una versione straniera accanto a quella autoctona. Questi prestiti si scrivono in katakana: parole come koohii (コーヒー, caffè), terebi (テレビ, televisione) o konpyuuta (コンピュータ, computer) mantengono una pronuncia molto riconoscibile per chi parla lingue romanze o sa un po' di inglese.

Anche i kanji, che spaventano all'inizio, si rivelano alleati logici. Il giapponese diventa più leggibile e comprensibile quando inizi a riconoscere gli ideogrammi e a vedere che danno vita a parole intere. Molti kanji sono composti da elementi e forme che hanno un significato visivo, come se stessi guardando il senso della parola. Come il tedesco, dove molte parole sono l'unione di altre parole, anche il giapponese forma parole componendo kanji:

  • (mano) + (carta) = 手紙 (lettera). L'unione di due ideogrammi che formano una parola nuova.
  • (albero) = (bosco) = (foresta). Lo stesso elemento base, ripetuto e combinato, esprime sfumature diverse.
  • (albero) + (tavolo) = (scrivania). Due ideogrammi diversi si fondono in un unico glifo.
Pila di volumi di manga Detective Conan e Ninja Hattori impilati su una scrivania

La sfida del kanji nel contesto

La vera frontiera del giapponese, al di là di grammatica e pronuncia, sono i kanji. Un adulto che legge un quotidiano giapponese incontra ogni giorno circa 2.000 kanji distinti, e l'elenco Jōyō Kanji del Ministero dell'Istruzione giapponese ne fissa 2.136 per l'uso quotidiano. Una cifra che sembra enorme, ma che va contestualizzata: i kanji non sono lettere, sono mattoni compositivi, e ognuno impara a riconoscerli entrando in contatto con testi reali.

La buona notizia è che esistono percorsi strutturati per impararli gradualmente. L'esame JLPT (Japanese Language Proficiency Test) è la certificazione ufficiale più diffusa, articolata in cinque livelli dal N5 (principiante) all'N1 (avanzato), e offre un'indicazione concreta dei kanji effettivamente usati a ogni livello. La guida JLPT spiega come funzionano i livelli e come prepararsi.

Un ingresso particolarmente efficace, e molto amato anche in Italia, è la lettura di manga e anime. I volumi di manga per ragazzi, come Detective Conan o Ninja Hattori, riportano il furigana accanto ai kanji, e questo permette di leggere una storia intera anche con poche centinaia di caratteri già appresi — assorbendo il resto per esposizione ripetuta. Gli anime, con audio e sottotitoli, offrono un ingresso parallelo all'orecchio, utile soprattutto per allenare la percezione della struttura SOV (soggetto-oggetto-verbo) e delle desinenze di cortesia.

Conclusione: un equilibrio onesto

Il giapponese non è una lingua "facilissima". La sua difficoltà reale sta nella memorizzazione dei kanji e nella padronanza della scrittura, non nella grammatica. La grammatica, anzi, è semplice — ma diversa da quella delle lingue romanze: serve tempo prima di non scambiare più l'ordine delle parole, e prima di sentire come naturali le frasi in struttura SOV invece di SVO. Il giapponese può diventare complesso a causa delle sue variazioni regionali, dei dialetti, della stratificazione tra registro formale e informale, e delle innumerevoli forme di contare gli oggetti a seconda della loro natura (piatta, lunga, piccola, animata).

Detto questo, trovo che imparare il giapponese sia un percorso molto più accessibile di quanto la sua fama suggerisca. Se mastichi l'italiano o il portoghese, la pronuncia è quasi un regalo; se mastichi l'inglese, riconoscerai subito centinaia di prestiti in katakana; in ogni caso, due alfabeti sillabici da 46 caratteri ciascuno sono alla portata di poche settimane di pratica. Il resto è kanji, e per quello esistono metodi collaudati, materiali pensati per chi inizia, e percorsi certificati. Le difficoltà esistono — e vanno affrontate — ma sono diverse dall'idea di una lingua inespugnabile che molti si fanno prima di iniziare.

Fonti
Kevin Henrique

Sull'autore: Kevin Henrique

Specialista con oltre 10 anni di esperienza nella cultura asiatica, con focus su Giappone, Corea, anime e giochi. Autodidatta, scrittore e viaggiatore concentrato sull'insegnamento del giapponese, consigli di viaggio e curiosità profonde.

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