Nanchino fu il luogo in cui si verificò una delle più grandi catastrofi della guerra contro il Giappone. Non un’altra battaglia persa: dopo la caduta della capitale cinese, nel dicembre 1937, le truppe imperiali rimasero in città e, per settimane, uccisero, violentarono e saccheggiarono civili e prigionieri già disarmati.
La maggior parte dei registri militari giapponesi su quegli omicidi fu tenuta segreta o distrutta subito dopo la resa del 1945. Resta un altro tipo di prova: diari di occidentali rimasti in città, articoli di giornale dell’epoca e i processi del dopoguerra. È da lì che si ricostruisce cosa accadde tra Shanghai e Nanchino.

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L’invasione giapponese in territorio cinese
Nell’agosto 1937 l’esercito giapponese invase Shanghai, dove incontrò una forte resistenza e subì perdite pesanti. La battaglia fu sanguinosa: entrambe le parti finirono nel combattimento corpo a corpo. A metà novembre i giapponesi presero Shanghai con l’aiuto di bombardamenti navali. Quella campagna appartiene già alla storia dell’Impero giapponese nella Seconda guerra mondiale, ma Nanchino è il capitolo in cui la disciplina militare si spezza del tutto.
Lo Stato Maggiore a Tokyo decise all’inizio di non allargare la guerra, proprio per le perdite e per il morale basso delle truppe.

Il 1° dicembre, però, lo Stato Maggiore ordinò di catturare Nanchino. Dopo aver perso Shanghai, Chiang Kai-shek, generale dell’esercito cinese, sapeva che la caduta della capitale era solo una questione di tempo.
Il piano di Chiang Kai-shek

Lui e il suo stato maggiore capirono che non potevano rischiare l’annientamento delle truppe d’élite in una difesa simbolica, ma senza speranza, della capitale. Per salvare l’esercito per battaglie successive, la maggior parte delle unità migliori fu ritirata. La scommessa di Chiang era attrarre l’esercito giapponese verso Nanchino e allungare una guerra di logoramento all’interno della Cina.
In un comunicato, il comandante Tang Shengzhi annunciò che la città non si sarebbe arresa e avrebbe combattuto fino alla morte. Tang raccolse circa 100.000 soldati, in gran parte inesperti, inclusi uomini che avevano già combattuto a Shanghai. Per impedire ai civili di fuggire, ordinò di sorvegliare il porto, secondo le istruzioni di Chiang Kai-shek.

La difesa bloccò strade, distrusse barche e diede fuoco a villaggi vicini, impedendo l’evacuazione. Quel rifiuto di aprire una via di fuga sigillò il destino di chi era rimasto in città.
Nanchino veniva bombardata da giorni. Le truppe cinesi rimaste erano sconfortate e, secondo i resoconti, alcuni soldati cominciarono a bere prima della caduta inevitabile. I giapponesi continuarono ad avanzare, ruppero le ultime linee e arrivarono alle porte della città il 9 dicembre.
A mezzogiorno di quel giorno lanciarono volantini esigendo la resa entro 24 ore. Nel frattempo membri del Comitato internazionale contattarono Tang e proposero un cessate il fuoco di tre giorni: le truppe cinesi avrebbero potuto ritirarsi senza combattere, mentre i giapponesi restavano sulle posizioni. Non arrivò una risposta utile.
John Rabe e la Zona di Sicurezza
Prima ancora che le mura cadessero, un gruppo di occidentali rimasti a Nanchino — commercianti, medici, missionari — delimitò una zona demilitarizzata nel quartiere occidentale. A presiedere il Comitato internazionale per la Zona di Sicurezza fu John Rabe, dirigente della Siemens e membro del partito nazionalsocialista tedesco: si sperava che la tessera tedesca pesasse su un esercito alleato di Tokyo.
La zona copriva pochi chilometri quadrati, coincidente in parte con l’area delle ambasciate. Rabe aprì anche la propria proprietà a centinaia di rifugiati. Si stima che in quell’enclave abbiano trovato riparo tra 200.000 e 250.000 cinesi. I giapponesi, in linea di massima, non la bombardarono come il resto della città; dentro, però, non fu un santuario: ci furono incursioni, stupri e uccisioni. Fu comunque di gran lunga meno letale delle strade fuori dal perimetro.
I diari di Rabe, di Minnie Vautrin e di altri testimoni occidentali sarebbero diventati pezzi centrali nei processi del dopoguerra. Senza quella carta, il massacro resterebbe ancora più opaco: i registri giapponesi, come si è detto, sparirono.
La presa della città di Nanchino
I giapponesi attesero una risposta alla richiesta di resa. Non ne arrivò nessuna entro la scadenza del 10 dicembre. Il generale Iwane Matsui aspettò ancora un’ora, poi diede l’ordine di prendere Nanchino con la forza.

L’esercito attaccò le mura da più direzioni: la 16ª Divisione da tre porte a est, la 6ª Divisione a ovest e la 9ª Divisione verso l’area intermedia.
Il 12 dicembre, sotto il fuoco di artiglieria pesante e bombardamento aereo, Tang Shengzhi ordinò la ritirata. Da lì in poi fu caos. Alcuni soldati cinesi rubarono vestiti ai civili per mescolarsi. Altri furono sparati dalle unità di sorveglianza mentre cercavano di fuggire. Chi raggiunse il Fiume Azzurro trovò poche o nessuna imbarcazione. I giapponesi entrarono nelle mura il 13 dicembre, incontrando pochissima resistenza organizzata.
Il massacro commesso dalle truppe giapponesi

Testimoni stranieri e cinesi presenti in città descrissero omicidio, furto, incendio e altri crimini di guerra. Parte dei racconti arriva da chi scelse di restare per proteggere i civili. Altri sono testimonianze di sopravvissuti, resoconti di giornalisti e diari di campo del personale militare.
Nel 1937 il quotidiano Osaka Mainichi Shimbun coprì una «contesa» tra gli ufficiali Toshiaki Mukai e Tsuyoshi Noda.

I due competevano per essere i primi a uccidere 100 persone con la spada prima della cattura di Nanchino. Entrambi superarono l’obiettivo in battaglia, rendendo impossibile stabilire chi avesse «vinto». Decisero quindi di ricominciare, stavolta fino a 150. Dopo la resa del Giappone, Mukai e Noda furono arrestati, processati come criminali di guerra dal Tribunale di Nanchino e fucilati.
Il numero dei morti non è un dato unico. Dipende da quanto territorio si conta (solo le mura, i sobborghi, le contee vicine) e da quante settimane si includono. Il Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente, a Tokyo, parlò di oltre 200.000 civili e prigionieri di guerra assassinati a Nanchino e nei dintorni nelle prime sei settimane. Il Tribunale per i crimini di guerra di Nanchino arrivò a oltre 300.000. Stime più strette restano più in basso; la forbice che gli storici continuano a citare va da circa 40.000 a oltre 300.000. Circa un terzo della città fu dato alle fiamme.
Stupri di donne e bambini

Il Tribunale di Tokyo stimò circa 20.000 stupri nel primo mese di occupazione; altre ricostruzioni alzano la fascia fino a 80.000. I soldati andavano di porta in porta. Spesso le donne venivano uccise subito dopo, a volte con mutilazioni. Non furono risparmiate nemmeno le bambine.
Quella violenza sessuale di massa a Nanchino non va confusa con il sistema delle «donne di conforto» (ianfu): bordelli militari organizzati in vari territori occupati, un crimine distinto, con un’altra scala e un’altra burocrazia. A Nanchino, nelle settimane dopo la caduta, si tratta soprattutto di stupri sul campo, nelle case e nelle strade.
Fine dell’occupazione e processi
Alla fine di gennaio 1938 l’esercito giapponese costrinse i rifugiati della Zona di Sicurezza a tornare a casa, sostenendo di aver «ristabilito l’ordine». Dopo l’insediamento di un governo collaborazionista, le atrocità diminuirono in modo visibile. Il 18 febbraio 1938 il Comitato internazionale fu rinominato con la forza in Comitato di Soccorso Internazionale di Nanchino, e la zona cessò di funzionare di fatto. Gli ultimi campi di rifugiati chiusero nel maggio 1938.

Nel febbraio 1938 sia il principe Asaka sia il generale Matsui furono richiamati in Giappone. Matsui si ritirò. Asaka restò nel Consiglio supremo di guerra fino alla fine del conflitto e fu promosso generale nell’agosto 1939, senza nuovi comandi sul campo.
Poco dopo la resa del 1945 i responsabili delle truppe a Nanchino finirono sotto processo. Mukai e Noda, come già detto, furono condannati a morte dal Tribunale di Nanchino. Iwane Matsui fu imputato a Tokyo e condannato a morte. Hisao Tani, uno dei comandanti della 6ª Divisione, fu processato a Nanchino e giustiziato.
Immunità al principe Asaka

Asaka Yasuhiko, zio dell’imperatore Hirohito, era l’ufficiale di grado più alto presente a Nanchino nel momento più duro del massacro. Gli fu attribuito — e lui negò — il via libera a uccidere i prigionieri. Nel 1946 fu interrogato e la testimonianza andò alla sezione del pubblico ministero internazionale del tribunale di Tokyo. Negò che ci fosse stato un massacro e disse di non aver mai ricevuto lamentele sulla condotta delle sue truppe. Come il resto della famiglia imperiale, ricevette l’immunità dal generale statunitense Douglas MacArthur.
Chi furono i responsabili?
Dopo la fine della guerra, nel settembre 1945, i criminali di guerra giapponesi furono processati a Tokyo e a Nanchino.

I nomi che tornano nei verbali
- Generale Iwane Matsui — sapeva cosa stavano facendo le truppe a Nanchino e non prese alcun provvedimento, sostenendo di essere malato al momento della cattura. Il Tribunale di Tokyo ritenne che, nonostante la malattia, avesse ancora capacità sufficiente per controllare gli uomini. Condannato a morte, fu giustiziato il 23 dicembre 1948.
- Tenente generale Hisao Tani — processato a Nanchino. Negò le accuse e incolpò soldati coreani. Fu ritenuto colpevole di aver incitato massacro e stupro di civili, condannato a morte e giustiziato il 26 aprile 1947.
- Principe Kan’in Kotohito — capo di stato maggiore dell’esercito, associato all’autorizzazione di armi batteriologiche in Cina, in particolare intorno a Shanghai e Nanchino, un filone che si intreccia anche con l’Unità 731. Morì nel maggio 1945, prima della fine della guerra, e non fu processato.
- Principe Asaka — immunità. In assenza di Matsui, malato, era il comando più alto in città.
- Tenente generale Isamu Chō — aiutante di Asaka, considerato complice. Si suicidò nella battaglia di Okinawa nel giugno 1945 e non fu processato.
- Kōki Hirota — durante il massacro era ministro degli Esteri nel governo Konoe, non primo ministro (lo era stato fino al febbraio 1937). A Tokyo fu ritenuto colpevole di non aver insistito in Gabinetto per fermare le atrocità, pur ricevendo notizie da Nanchino. Condannato a morte, fu giustiziato il 23 dicembre 1948. Restò l’unico civile giustiziato in quel processo.
Controversie e negazione del massacro
Gruppi nazionalisti giapponesi fanno revisionismo storico e arrivano a negare che ci sia stato un massacro. Il governo giapponese, invece, ha riconosciuto i fatti dopo la guerra. Quell’ammissione non chiude il conto con Pechino: resta la polemica sul santuario Yasukuni, dove sono iscritti anche criminali di guerra di Classe A, tra cui Matsui. Visite di premier e ministri vengono lette in Cina come omaggio a chi comandò a Nanchino.

Da qui il raffreddamento periodico dei rapporti: Pechino vede un Giappone che parla di pentimento e poi sfila a Yasukuni. Nessun imperatore visita il santuario dal 1975; l’imperatore e l’imperatrice partecipano però ogni anno al servizio nazionale in memoria dei caduti. Lo stesso nodo — memoria, libri di testo, santuario — alimenta anche la tensione tra Cina e Giappone e, in un altro registro, la frattura tra Corea e Giappone.
Nanchino non è un dettaglio di manuale. È il punto in cui l’espansione continentale del Giappone smette di essere solo strategia e diventa, per sei settimane, una città lasciata in mano a soldati senza freno. I numeri si discutono ancora. I diari, le foto e le sentenze no.
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