Il Giappone è il paese in cui molti turisti si sentono al sicuro a camminare di notte. Resta anche, insieme agli Stati Uniti, uno dei due membri del G7 che continua a giustiziare: la pena di morte è legale, si esegue per impiccagione e, nella pratica, colpisce quasi soltanto omicidi di particolare gravità.
Quel silenzio è una scelta dello Stato, non un residuo feudale. Il giorno resta nascosto fino all'ultimo, e il paese lo scopre quando è già tardi per protestare. Per capire come si è arrivati a questo rito, conviene ripartire da quando la forca è nata — e da quando, per secoli, è sparita.
Indice 5
Quando è nata la pena di morte in Giappone?
A partire dal IV-V secolo, con l'influenza del sistema giudiziario cinese, l'arcipelago adotta pene graduate per reati diversi, inclusa la morte. Nel periodo Nara i supplizi più cruenti si diradano, in parte per l'influenza buddhista. Nel periodo Heian la pena di morte viene di fatto abolita: dopo l'esecuzione di Fujiwara no Nakanari, nel 810, restano circa 346 anni senza forca, fino alla ribellione Hōgen del 1156. La Guerra Genpei, subito dopo, riporta scene di sega e crocifissione.
Nel periodo Kamakura la pena torna di uso ampio e i metodi si fanno più feroci: rogo, bollitura, crocifissione, oltre alla decapitazione. Nel Muromachi e nel Sengoku entrano in scena supplizi ancora più duri — crocifissione a testa in giù, impalamento con la yari, sega, squartamento con buoi o carri.
Queste pratiche, e un uso largo della morte, continuano nel periodo Edo e all'inizio del Meiji. Il confucianesimo pesa sulla scala delle pene: offendere un maestro o un anziano costa più caro che offendere qualcuno di rango inferiore. Nel 1871 una riforma del codice riduce i reati capitali e abolisce torture e fustigazioni eccessive. Nel 1873 restano, come metodi, decapitazione o impiccagione. Oggi resta solo l'impiccagione a caduta lunga.
I criteri Nagayama: quando scatta la condanna a morte
Il codice penale elenca diversi reati capitali — omicidio, incendio di un edificio abitato, rapina con morte, e altri — ma in aula la forca si chiede quasi solo per omicidi aggravati. La bussola dei giudici arriva dal caso di Nagayama Norio: 19 anni, quattro omicidi-rapina nel 1968, impiccato nel 1997. Nel 1983 la Corte Suprema cassò l'ergastolo dell'Alta Corte di Tokyo e fissò nove criteri. Tecnicamente non è un precedente vincolante; nella pratica, i processi capitali successivi li seguono.
I nove punti sono questi:
- grado di malvagità;
- movente;
- come è stato commesso il delitto, soprattutto il modo in cui la vittima è stata uccisa;
- esito del reato, soprattutto il numero delle vittime;
- sentimenti dei familiari della vittima;
- impatto del crimine sulla società giapponese;
- età dell'imputato (dal 2022 la maggiore età civile è 18 anni; prima era 20. La legge sui minori vieta la pena di morte sotto i 18);
- precedenti penali;
- grado di pentimento mostrato dall'imputato.
Il numero delle vittime pesa più degli altri. Una condanna a morte per un singolo omicidio resta straordinaria, anche se è accaduta in casi di tortura, brutalità estrema o rapimento a scopo di estorsione. Tre o più morti, invece, avvicinano la forca in modo molto più sistematico.
Come avviene l'esecuzione
Il mandato lo firma il ministro della Giustizia dopo consultazioni interne nel ministero. Una volta firmato, l'esecuzione avviene entro cinque giorni feriali. Per legge non si esegue di sabato, domenica, festività nazionali, né tra il 31 dicembre e il 2 gennaio.
Si impicca in una camera all'interno di un centro di detenzione — in giapponese kōchisho (拘置所) — non in un keimusho, il carcere della pena detentiva comune. Le sette camere sono a Tokyo, Osaka, Nagoya, Fukuoka, Hiroshima, Sendai e Sapporo. Il condannato viene avvisato la mattina. Familiari, avvocati e pubblico lo vengono a sapere dopo.
Dal 7 dicembre 2007 le autorità comunicano nome, natura del reato ed età di chi è stato giustiziato. Prima, a lungo, usciva solo un numero, o nemmeno quello. Il codice di procedura penale parla di esecuzione entro sei mesi dalla sentenza definitiva: nella pratica quasi mai. Tra il 2000 e l'agosto 2026 il Giappone ha eseguito circa cento condanne; l'attesa può durare anni, a volte decenni.
Il segreto del braccio della morte
Chi ha una sentenza capitale definitiva non è classificato come un detenuto ordinario. Vive in isolamento, con visite rare e sorvegliate, senza sapere quale giorno sarà l'ultimo. Giuristi e organizzazioni per i diritti umani chiamano questo regime una crudeltà aggiuntiva; il ministero replica che un preavviso lungo destabilizzerebbe i condannati — e, in passato, ci furono suicidi in cella prima della forca.
È lo stesso contrasto che fa del Giappone un paese percepito come straordinariamente sicuro e, insieme, un'eccezione tra le democrazie industrializzate. Poca criminalità di strada, poche esecuzioni all'anno, e una giustizia capitale che opera lontano dagli occhi. Nel 2018, in poche settimane, furono impiccati tredici membri della Aum Shinrikyō, incluso Shoko Asahara, per l'attacco al gas sarin nella metropolitana di Tokyo: un caso raro in cui la forca è diventata visibile proprio per il numero e per la memoria pubblica del delitto.
Hakamada, Shiraishi, Takami
Nel settembre 2024 il tribunale distrettuale di Shizuoka ha assolto Iwao Hakamada, ex pugile, dopo decenni nel braccio della morte per un quadruplice omicidio del 1966. Gli inquirenti avevano fabbricato prove. Hakamada aveva 88 anni. È il caso che ha incrinato, anche in Giappone, l'idea che la forca non sbagli mai.
Il 27 giugno 2025 è stato impiccato Takahiro Shiraishi, il cosiddetto «Twitter killer», condannato per nove omicidi a Zama, in prefettura di Kanagawa, nel 2017. Il 21 agosto 2026 è toccato a Sunao Takami, 58 anni, per l'incendio di una sala pachinko a Osaka nel 2009 — cinque morti, dieci feriti. È stata la prima esecuzione sotto il governo di Takaichi Sanae. Restano circa cento persone in attesa.
Un sondaggio del 2024 dell'Ufficio di Gabinetto ha trovato l'83,1% degli intervistati convinti che la pena, in certi casi, sia necessaria. Il sostegno all'abolizione è salito rispetto a cinque anni prima, ma resta minoritario. Il dibattito esiste; la maggioranza pubblica, per ora, tiene la forca.
Chi cerca un Giappone fatto solo di ordine e cortesia trova, in questa procedura, l'altra faccia: una giustizia che punisce di rado, ma quando arriva in fondo lo fa lontano dallo sguardo. La forca non è un relitto da museo. È ancora un atto dello Stato.
Community
Commenti
0 commenti
Non ci sono ancora commenti pubblicati in questa lingua.
Invia commento