Su internet, il segno di kyōdai (兄弟, “fratelli”) ha confuso più di un video: due dita medie alzati, lo stesso gesto che in Occidente spesso si legge come un insulto. Nel Nihon Shuwa (日本手話), la lingua dei segni giapponese o JSL, quel movimento ha un altro senso—e non è che l’inizio di una lingua con grammatica, dialetti e storia proprie, ben distante dal “giapponese parlato convertito in mani”.
Qui vediamo cos’è il Nihon Shuwa, come si distingue dal giapponese orale, cos’è lo yubimoji (dattilologia), dove compare nei media e perché confrontarlo con la LIS italiana non significa cercare “un solo segno per tutti”.
Indice 8
Cos’è il Nihon Shuwa (JSL)?
La lingua dei segni giapponese si chiama 日本手話 (nihon shuwa); in passato si usava anche temane, e a livello internazionale l’acronimo più comune è JSL (Japanese Sign Language). È una lingua naturale della comunità sorda in Giappone: ha lessico, morfologia e sintassi propri—non è una traduzione parola per parola del giapponese parlato.
Come altre lingue dei segni, non usa solo mani e braccia. Espressione del viso, sopracciglia, sguardo e posizione della mascella entrano nella grammatica. C’è una certa somiglianza lessicale con le lingue dei segni taiwanese e coreana (contatti storici e culturali), ma il JSL resta un sistema a sé.
In Giappone la parola shuwa (手話, “lingua delle mani”) si usa in modo largo. Nella pratica conviene distinguere almeno tre forme:
- Nihon Shuwa (JSL) — lingua dei segni naturale della comunità sorda.
- Taiō shuwa (対応手話) — “giapponese segnato”: segue l’ordine e la struttura del giapponese parlato; è più un codice manuale che una lingua dei segni autonoma.
- Chūkan shuwa (中間手話) — forma di contatto / pidgin tra JSL e giapponese.
Nella conversazione quotidiana tutte e tre possono essere chiamate “shuwa”, ma solo il JSL viene di solito trattato come lingua dei segni a pieno titolo. Per questo chi “impara la lingua dei segni a un corso serale” spesso parte da una versione più vicina al giapponese parlato, non subito dalla grammatica usata dai parlanti sordi madrelingua.
Una traccia di storia: Kyoto, 1878
Ricostruire in dettaglio le comunità dei segni prima del periodo Edo è difficile. Nel 1862 il governo Tokugawa inviò emissari a scuole europee per sordi, ma la prima scuola per sordi in Giappone nasce a Kyoto nel 1878, legata al lavoro di Furukawa Tashiro e a pratiche di comunicazione gestuale già in uso tra gli alunni. Quella comunità scolastica è uno dei punti di riferimento più citati per le radici del Nihon Shuwa moderno.
Nel Novecento l’oralismo e le politiche scolastiche hanno spesso limitato l’uso della lingua dei segni; la comunità sorda ha comunque mantenuto e trasmesso il JSL. Nel XXI secolo il riconoscimento pubblico si è rafforzato a piccoli passi: la normativa sui diritti delle persone con disabilità del 2011 cita esplicitamente la lingua dei segni come lingua, e molte prefetture hanno poi approvato ordinanze locali sul tema. Resta un dibattito interno su cosa si intenda esattamente per “shuwa” quando le leggi non distinguono in modo netto JSL e taiō shuwa.
Curiosità che di solito sorprendono
Il Nihon Shuwa non è “pantomima universale”. Cambia a seconda della regione e della generazione: ci sono dialetti e usi locali, come in qualsiasi lingua viva. Nelle scuole e nei corsi si lavora molto con lo yubimoji (指文字), la dattilologia basata sul sillabario, ma non è la lingua intera—è un supporto, soprattutto per nomi e parole senza segno consolidato.
Nei segni, i kanji e le forme scritte del giapponese possono ispirare gesti (anche “scrivere in aria”), ma il nucleo del discorso restano segni lessicali, ordine spaziale e non-manual markers. Chi osserva solo le mani perde metà dell’informazione.
In Giappone i conducenti con disabilità uditiva usano un adesivo speciale sul veicolo per essere riconosciuti in strada. Se ti interessa quel dettaglio di traffico e segnaletica: Adesivi speciali sulle auto in Giappone.
Il dito medio nella lingua dei segni giapponese
Ciò che è diventato virale online è il segno di fratelli in giapponese, kyōdai (兄弟): si mostra il dito medio con entrambe le mani. In un contesto occidentale può sembrare comico o aggressivo—immagina una fila di fratelli in chiesa che si chiamano così.
Vale la pena chiarire: in Giappone il dito medio non ha storicamente lo stesso peso insultante dell’Occidente, anche se oggi molti giapponesi conoscono l’uso occidentale. Il segno di fratello maggiore, ani (兄), usa pure il dito medio, ma solo su una mano, spesso alzato verso l’alto.
Lo stesso tipo di configurazione digito compare in altri contesti del lessico (per esempio idee legate al denaro, o il “cinque” in combinazione con altre dita). Lo si vede in opere come Gangsta., Orange Days e Babel—non come “gesto da meme”, ma come pezzo di lingua.
Yubimoji: l’“alfabeto” a dita del Nihon Shuwa
Lo yubimoji (指文字) è il sistema di dattilologia del Giappone: forme di mano associate alle sillabe del kana (e ad altri elementi utili). Serve soprattutto per nomi propri, parole straniere e termini senza segno lessicale consolidato. Si usa meno di quanto accade in ASL per lo spelling continuo: il JSL predilige i segni completi quando esistono.
Sotto trovi una mappa visuale utile per farti un’idea delle forme base—non un corso completo, ma un punto di partenza per riconoscere lo yubimoji quando compare in video o materiali didattici.

Se cerchi materiali in lingua dei segni giapponese, queste risorse sono un buon inizio (contenuti in giapponese o JSL):
- newsigns.jp — risorse e video su shuwa
- Kyoto Prefectural Education Center (JSL) — materiali educativi
- jw.org/jsl — contenuti multimediali in JSL
JSL e contesto italiano: non esiste “una lingua dei segni mondiale”
La LIS (Lingua dei Segni Italiana) e il Nihon Shuwa sono lingue diverse. Condividono l’essere lingue visivo-spaziali complete, ma lessico, grammatica, storia e comunità non si sovrappongono. Un gesto “simile” a occhio non garantisce lo stesso significato; al contrario, gesti che in Italia sembrano neutri o offensivi possono avere un altro valore nel lessico JSL—e viceversa.
Il confronto utile non è “quale è migliore”, ma: (1) ogni paese ha la propria lingua dei segni dominante; (2) confondere JSL con giapponese parlato è lo stesso tipo di errore che confondere LIS e italiano orale; (3) imparare qualche segno da anime non sostituisce l’esposizione a parlanti sordi e a contesti reali.
Se parli LIS e ti avvicini al JSL, parti dalla curiosità e dal rispetto: non cercare una “tavola di conversione universale”. Ogni comunità sorda porta una lingua intera, non una pantomima uguale ovunque.
Nihon Shuwa in anime, drama e cinema
La shuwa compare da tempo sullo schermo giapponese—non solo come effetto di sfondo. Drama come Orange Days e Hoshi no Kinka, il film Babel (con una performance d’attore costruita sul segno), l’anime Koe no Katachi (A Silent Voice) e Yubisaki to Renren (A Sign of Affection) hanno portato il JSL a un pubblico che raramente vedeva la lingua dei segni come nucleo della trama.
Serie come Gangsta. usano i segni nel mondo dei personaggi. Guardare queste opere non sostituisce lo studio con parlanti, ma aiuta a spezzare l’idea che la shuwa sia solo “movimento di mani a caso” dietro le battute dialogate.
In chiusura
Il Nihon Shuwa è una lingua: ha una storia scolastica a Kyoto, un sistema di yubimoji, dialetti e un riconoscimento legale che si è rafforzato a tappe. Un gesto che in Occidente sembra “duro” può essere neutro nel lessico JSL; al contrario, pensare che JSL sia uguale al giapponese parlato—o uguale alla LIS—fa leggere male sia i movimenti sia il contesto.
Se vuoi approfondire, inizia distinguendo JSL e “giapponese segnato”, osserva lo yubimoji qui sopra, poi esplora media e circoli shuwa—con la consapevolezza che dietro ogni segno c’è una comunità di parlanti, non solo una moda visiva.
Community
Commenti
0 commenti
Non ci sono ancora commenti pubblicati in questa lingua.
Invia commento