Se hai trascorso un po' di tempo in Giappone, probabilmente hai sentito la stessa lamentela: le donne guadagnano nettamente meno degli uomini per un lavoro comparabile. Un dipendente a tempo pieno può portare a casa circa 350.000 yen al mese, una donna in posizione simile circa 250.000. Sulla carta sembra discriminazione salariale, ma i numeri nascondono qualcosa di più strutturale: per capire la disparità salariale delle donne in Giappone serve guardare a come è costruito il mercato del lavoro, non solo agli stipendi individuali.
Questo articolo passa in rassegna i dati chiave sulla differenza di retribuzione tra donne e uomini in Giappone: l'ampiezza del divario nel contesto internazionale, la curva a M dell'occupazione femminile, il modello del lavoro a vita, il muro dei 1,03 milioni di yen, l'ascesa delle Womenomics e le riforme che hanno iniziato a muovere i numeri nell'ultimo decennio.

Quanto è ampia la disparità salariale in Giappone?
Le cifre variano a seconda della fonte. Secondo il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare giapponese, le lavoratrici a tempo pieno guadagnano tra il 74% e il 79% dei colleghi uomini. Questo colloca il divario non corretto tra il 21% e il 26%, in linea con il 25,9% spesso citato per il Giappone.
Il confronto internazionale è meno lusinghiero. Nei dati OCSE, il Giappone figura con regolarità nelle ultime posizioni tra le economie sviluppate. Il Global Gender Gap Report del World Economic Forum arriva a una conclusione simile: chiudere il divario economico di genere richiederebbe ancora parecchi decenni al ritmo attuale.
Detto questo, il numero va maneggiato con cautela. Gran parte della differenza salariale non è "stesso lavoro, paga diversa": è il riflesso di come si distribuiscono ore, contratti e posizioni tra donne e uomini.
Perché le donne in Giappone guadagnano meno?
Le cause non si riducono a una sola spiegazione. La letteratura economica e i rapporti istituzionali (OCSE, OIL, governo giapponese) individuano fattori che si rinforzano a vicenda:
- Le tendenze nazionali e internazionali che attraversano il mercato del lavoro giapponese hanno amplificato le disuguaglianze di genere.
- Le donne lavorano in media meno ore degli uomini, in parte per scelta, in parte per le scarse opzioni di part-time ben retribuito.
- Una quota consistente di donne è concentrata in occupazioni a basso reddito: servizi, vendita al dettaglio, sanità di base, istruzione, cura della persona.
- Alcuni datori di lavoro partono ancora dal presupposto che le donne siano meno disponibili a lungo termine.
- Le lacune normative permettono alle aziende di differenziare i percorsi di carriera e le retribuzioni lungo linee di genere.
- La differenza è particolarmente visibile nelle fabbriche, dove la contrattazione locale è debole.
- Una cultura di fondo ancora maschilista, nelle generazioni più anziane e nelle imprese tradizionali, continua a pesare sui percorsi delle donne.
- Molte donne interrompono la carriera per la famiglia, e le aziende, memori di quel rischio, investono meno sulla loro formazione.
Dietro questi fattori resta una filosofia sociale diffusa, anche se in ritirata tra le nuove generazioni: all'uomo spetta il ruolo di capofamiglia, alla donna basta un part-time per integrare il bilancio familiare. Non è scritto da nessuna parte, ma continua a modellare aspettative, orari e stipendi.
La curva a M dell'occupazione femminile
Uno dei tratti più tipici del mercato del lavoro giapponese è la curva a M (M字カーブ, M-ji kābu): un grafico che incrocia il tasso di occupazione femminile con l'età, disegnando due gobbe. Il tasso sale verso i venticinque-trenta anni, crolla intorno ai trenta-trentacinque (l'età del primo figlio), poi risale parzialmente quando i figli crescono.
In Svezia o Danimarca la curva è quasi piatta. In Giappone la M è profonda, segno che la maternità coincide ancora con un'uscita temporanea, e spesso definitiva, dal lavoro regolare.
Le conseguenze economiche si sentono per decenni. Un'assenza di cinque-dieci anni dal tempo pieno significa meno esperienza, meno contributo pensionistico, meno accesso a posizioni qualificate, e stipendi più bassi al rientro, anche a parità di titolo di studio. Curare la M è considerato dalle istituzioni giapponesi la priorità singola per ridurre davvero il divario.

Lavoro a vita e kotobuki taishoku
Per capire perché le donne faticano a tornare ai livelli retributivi precedenti, bisogna considerare il modello del lavoro a vita (終身雇用, shūshin koyō): l'idea, dominante dal dopoguerra, che un dipendente resti nella stessa azienda dalla laurea alla pensione, con stipendio e ruolo che crescono per anzianità.
Questo modello ha funzionato bene per i maschi a tempo pieno, ma è penalizzante per le donne che escono dal perimetro aziendale, anche solo per qualche anno. Molte, al rientro, finiscono in posizioni marginali, con stipendi più bassi e prospettive ridotte.
A questo si aggiunge il kotobuki taishoku (寿退職, le "dimissioni di buon augurio"): una tradizione, in declino ma ancora presente, in cui le donne venivano incoraggiate a lasciare il lavoro al matrimonio o alla nascita del primo figlio, con un piccolo bonus aziendale. Formalmente volontario, di fatto era un'aspettativa sociale che spiegava la curva a M.
Le riforme degli ultimi quindici anni hanno cominciato a erodere questo schema: congedi di paternità più generosi, obiettivi pubblici per la presenza femminile nei consigli, divieto di discriminazione nei bandi. I risultati restano lenti.
Il muro dei 1,03 milioni di yen
Un altro fattore specifico è il cosiddetto muro dei 1,03 milioni di yen (103万円の壁, hyaku-san-man-en no kabe): la soglia di reddito da lavoro dipendente oltre la quale il coniuge a carico perde alcune detrazioni fiscali e l'accesso alla copertura sanitaria familiare.
Per molte donne sposate, superare quella soglia significava pagare più tasse e contributi di quanto il salario extra desse in tasca. Il risultato era chiaro: ore tagliate, contratti ridotti, rinuncia a promozioni. È un caso raro al mondo di ostacolo fiscale che modella direttamente l'offerta di lavoro femminile.
Negli ultimi anni il governo ha alzato la soglia in più tappe. Il dibattito, però, resta aperto: l'asticella è stata spostata, ma la struttura di fondo, un sistema fiscale e previdenziale che scoraggia il lavoro femminile a tempo pieno, non è ancora stata riscritta.
Womenomics e donne nella leadership
A partire dal governo di Shinzo Abe, il Giappone ha adottato sotto l'etichetta Womenomics politiche esplicite per promuovere la partecipazione femminile al mercato del lavoro. L'obiettivo era portare la presenza di donne in posizioni di leadership ad almeno il 30% entro il 2030.
I numeri si sono mossi, anche se in modo diseguale. La presenza femminile nei consigli di amministrazione delle aziende quotate al Prime Market della Borsa di Tokyo è cresciuta nell'ultimo quinquennio, pur partendo da una base molto bassa. La percentuale di donne ai vertici delle filiali giapponesi di grandi gruppi internazionali resta invece una delle più basse tra le economie OCSE.
Le riforme vanno nella direzione giusta, ma la forbice tra donne che entrano nel mercato del lavoro e donne che raggiungono ruoli decisionali resta ampia. Per molti analisti, il vero banco di prova delle Womenomics non è quanto donne lavorano, ma quante arrivano a decidere.
Il Giappone nel confronto OCSE
Nel confronto con gli altri paesi OCSE, il Giappone resta uno dei fanalini di coda per divario retributivo di genere. I paesi nordici, ma anche Francia, Germania e Regno Unito, registrano gap non corretti ben più stretti, e la differenza si riduce ancora guardando al divario corretto per occupazione ed esperienza.
Alcuni paesi asiatici vicini, come la Corea del Sud, hanno gap ancora più ampi, ma anche lì le riforme procedono. Il dato che colpisce di più è la lentezza del Giappone nel recupero: a parità di punto di partenza, molte economie europee hanno dimezzato il proprio gap in vent'anni. Il Giappone lo ha ridotto, ma molto più gradualmente.
La curva a M, il peso del part-time non scelto e la segregazione occupazionale sono i tre fattori che, secondo l'OCSE, spiegano gran parte della distanza dai paesi con gap più bassi.
Cosa è cambiato negli ultimi anni
Non tutto è fermo. Negli ultimi anni in Giappone sono successe alcune cose rilevanti:
- È entrata in vigore la legge sulla promozione della parità di trattamento, con sanzioni più concrete per le aziende che discriminano in modo palese.
- Le grandi aziende quotate sono tenute a pubblicare il divario retributivo di genere.
- Il governo ha alzato in più fasi la soglia del muro dei 1,03 milioni di yen e introdotto incentivi per il congedo di paternità.
- La presenza di donne nei consigli di amministrazione è aumentata, pur restando lontana dagli obiettivi dichiarati.
Il risultato complessivo è un paese che si muove, ma lentamente. Le disuguaglianze di genere sono diminuite per le laureate, e le donne oggi occupano una quota crescente di posizioni di alto livello. La forbice, però, resta ampia, e per chiudere davvero il gap serviranno ancora parecchi anni di riforme strutturali.
Domande frequenti
Qual è il divario retributivo di genere attuale in Giappone?
Le stime variano per fonte e anno, ma il divario non corretto si colloca tra il 21% e il 26%, con le lavoratrici a tempo pieno che guadagnano tra il 74% e il 79% dei colleghi uomini. È uno dei valori più alti tra le economie sviluppate.
Perché il gap è così ampio rispetto ad altri paesi OCSE?
Perché è in gran parte strutturale: dipende dalla curva a M, dalla concentrazione femminile in occupazioni a basso reddito, dal peso del part-time non scelto e dagli effetti del modello di lavoro a vita.
Il Giappone sta diventando più egualitario?
Sì, ma con tempi lunghi. Le riforme degli ultimi quindici anni hanno iniziato a spostare i numeri. Il ritmo, però, è più lento rispetto a molti paesi europei.
Considerazioni finali
La disparità salariale delle donne in Giappone non è un'anomalia esotica, ma il prodotto di fattori che si riconoscono in molte altre economie: lavori part-time sottopagati, cure familiari che ricadono sulle donne, percorsi di carriera più lenti. La differenza giapponese è l'intensità con cui questi fattori si sommano, e la lentezza con cui il paese li ha affrontati.
Le cifre nascondono storie individuali molto diverse: donne che costruiscono carriere di alto livello nonostante tutto, e donne che accettano condizioni peggiori perché il sistema non offre alternative migliori. Il divario retributivo è la somma di queste storie, e si chiude solo se la struttura del mercato del lavoro cambia davvero.
Tu cosa ne pensi: è un tema che senti vicino, o ti è sembrato finora qualcosa di lontano dal tuo contesto?
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