In giapponese la parola kasa [傘] indica l'ombrello in senso generale. Nella vita quotidiana di oggi può voler dire il classico ombrello da pioggia che si compra al konbini, ma quando si parla di artigianato e tradizione compare spesso il termine wagasa, l'ombrello giapponese realizzato con bambù e washi.
Questo oggetto non nasce soltanto per riparare dall'acqua. Le fonti storiche sul Giappone ricordano che i primi ombrelli arrivarono dalla Cina nel periodo Heian e all'inizio servivano soprattutto come protezione dal sole e come simbolo di rango. Con il tempo il meccanismo pieghevole si affinò e, nel periodo Edo, l'ombrello entrò davvero nella vita quotidiana.

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Che differenza c'è tra kasa, wagasa e higasa?
Se vuoi semplificare: kasa è il termine generico per ombrello. wagasa indica il modello tradizionale giapponese. higasa è invece il parasole usato nelle giornate di sole. Oggi in Giappone convivono tutti e tre: l'ombrello trasparente per la pioggia improvvisa, il parasole estivo e il wagasa visto in cerimonie del tè, danze, matrimoni, set fotografici e negozi di artigianato.
Come è fatto un wagasa tradizionale
Il wagasa classico usa stecche di bambù, carta washi e finiture che rendono la superficie più resistente. La sua eleganza dipende proprio dal lavoro manuale: apertura precisa, nervature fitte, manico rifinito e disegni che cambiano secondo l'uso e la scuola artigiana.
Tra i modelli più noti ci sono il bangasa, più robusto e pratico, e il janomegasa, riconoscibile per il motivo ad anello che ricorda l'occhio di un serpente. A Kyoto e in altre città storiche il wagasa rimane legato anche al teatro, alla cerimonia del tè e all'abbigliamento tradizionale come il kimono.

Perché in Giappone si vedono tanti ombrelli trasparenti?
Chi visita il Giappone nota subito un'altra faccia della cultura dell'ombrello: il diffusissimo ombrello trasparente. La sua popolarità moderna è legata alla storia di White Rose, azienda che sviluppò il vinile applicato direttamente alla struttura dell'ombrello e rese questo formato famoso anche dopo le Olimpiadi di Tokyo del 1964.
Il successo è facile da capire: l'ombrello trasparente lascia libera la visuale, funziona bene nelle strade affollate e combina praticità e costo accessibile. In un paese segnato dalla stagione delle piogge e dagli acquazzoni improvvisi, è diventato un oggetto quotidiano quasi quanto il konbini all'angolo.

Ombrelli giapponesi tra vita quotidiana e cultura
Il bello del tema è proprio questo contrasto. Da una parte c'è l'ombrello usa e porta di tutti i giorni; dall'altra il wagasa che conserva un valore scenico e simbolico. Nelle immagini di Kyoto lo si associa spesso alle geisha, ma in realtà compare anche nei festival, nelle danze locali e in alcune decorazioni stagionali.
Quando il sole è forte, invece, entra in scena il higasa: il parasole che molte persone usano in estate per avere ombra durante gli spostamenti. Se ti incuriosisce il rapporto tra pioggia, stagioni e lessico quotidiano, vale la pena leggere anche il nostro articolo su perché il giapponese ha tante parole legate alla pioggia.
Vale ancora la pena parlare di wagasa oggi?
Sì, perché il wagasa racconta bene due lati del Giappone: l'artigianato paziente e la capacità di reinventare oggetti comuni. È lo stesso paese in cui sopravvive un ombrello di carta usato nelle arti tradizionali e, nello stesso tempo, domina l'ombrello trasparente nato per la città moderna.
Se ti piacciono i piccoli dettagli della vita giapponese, guarda anche la storia di aiaigasa, il gesto romantico di condividere un ombrello, oppure approfondisci il mondo delle geisha, dove il wagasa compare spesso nell'immaginario visivo.

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