Yankii, bosozoku e sukeban: i teppisti giapponesi

Yankii, bosozoku e sukeban: i teppisti giapponesi

Nomi, look e gerarchie — dalla scuola alla moto.

Esistono teppisti giapponesi che non appartengono a nessuna gang, e gang che sembrano uscite da un anime. Quello che cambia, rispetto all’immaginario occidentale, è il vocabolario: yankii, bosozoku, sukeban. Non sono sinonimi, e non tutti fanno la stessa cosa per strada o a scuola.

Alcuni restano nel cortile e fanno i bulli. Altri personalizzano una moto e svegliano il quartiere. Altri ancora, soprattutto negli anni Settanta, allungavano la gonna della divisa e nascondevano una lametta. Anime, drama e film hanno fissato quel look — capelli tinti, camicia sbiancata, faccia da chi non si trattiene — ma il Giappone ha usato quelle parole per distinguere tipi diversi.

Motociclisti bosozoku con moto giapponesi pesantemente personalizzate
Indice 8

Tipi di teppisti in Giappone

In Giappone il delinquente giovanile si chiama spesso yankii (ヤンキー), un prestito da yankee. L’etimologia è discussa: per alcuni evoca il kitsch americano visto dopo la guerra, per altri è semplicemente la parola che è rimasta attaccata ai ragazzi che rifiutano le regole della scuola. A Tokyo, negli anni Settanta, si sentiva di più tsuppari; yankii si è consolidato dopo, soprattutto per chi si riconosceva in quel look e in quel modo di stare in gruppo.

Il film Kamikaze Girls (Shimotsuma Monogatari) mostra bene due facce di quella gioventù: la yankii e la lolita che le gira intorno. Non è un documentario, ma il contrasto tra uniforme rovinata, moto e rigidità sociale è quello giusto.

Esistono diverse sottoculture, bande e tipi di teppisti. Qui sotto, in breve, i termini giapponesi che tornano più spesso e a chi si riferiscono.

Giovani teppisti giapponesi in strada con look yankii e bosozoku
  • Bosozoku (暴走族) — bande di motociclisti rumorosi, la «tribù della corsa sfrenata»;
  • Bancho (番長) — il capo, di solito maschile, di un gruppo di teppisti scolastici;
  • Tsuppari (ツッパリ) — i ragazzi «che tengono testa», parola forte degli anni Settanta prima che yankii diventasse quella comune;
  • Sukeban (スケバン) — la leader di una banda femminile, o la banda stessa;
  • Yakuza — la criminalità organizzata giapponese, un altro mestiere;
  • Gyaru — uno stile di moda che può sembrare aggressivo, ma non è di per sé una gang;
  • Hashiriya — letteralmente corridore di strada, vicino al bosozoku ma più ossessionato dalla gara;
  • Ijime — il bullismo scolastico, che può esistere anche senza uniforme da teppista;
  • Furyo (不良) — persona «non buona»: cattiva, inferiore, fuori regola;
  • Chinpira — piccolo yakuza, apprendista, punk ai margini della famiglia.

Come si riconosce un giovane di gang in Giappone

Ci sono troppe varianti per descrivere ogni dettaglio. Il modo più onesto è guardare i gesti, non solo i vestiti.

Gli yankii — e parecchie altre sottoculture di strada — hanno l’abitudine di accovacciarsi in una posizione chiamata unko zuwari o yanki zuwari. Sembra una posizione da gabinetto: glutei vicini a terra, gambe aperte, aria di chi occupa il marciapiede. Se hai visto un anime di teppisti, l’hai già vista.

Yankii accovacciati nella posizione yanki zuwari sul marciapiede

Chi segue una di queste culture tende a usare bandane, mascherine chirurgiche, piercing e troppi gioielli. Alcuni infilano i pantaloni negli stivali o li arrotolano sopra il ginocchio.

Altri arrivano a cicatrici e tatuaggi per sembrare più duri. Le ragazze teppiste, a seconda dell’epoca, modificano la divisa: sciarpe, calze slacciate, camicia aperta. Attenzione alla gonna: lo stereotipo occidentale la vuole cortissima, ma la sukeban classica la allungava, in contrasto con la minigonna degli anni Sessanta. L’accorciata è un altro capitolo, più vicino a certi look yankii o gyaru successivi.

Il comportamento che ti aspetti c’è: cercano rissa, disturbano la quiete, non vanno d’accordo con chi sta nelle regole. Tra gli interessi ricorrenti ci sono baseball, moto, lotta e arti marziali.

Non serve per forza un look da copertina per essere considerato teppista: basta l’atteggiamento. Gli yakuza, da parte loro, non hanno molta pazienza con questi giovani. Si considerano professionisti; i ragazzi vogliono solo fare i punk. Se ti interessa quel salto di scala, c’è un articolo a parte sulla yakuza, la mafia giapponese.

Atmosfera di bullismo scolastico in una scuola giapponese

Anche persone gentili e spiritose possono finire etichettate. Chi non obbedisce, non convive, o semplicemente sembra diverso, rischia di essere chiamato furyou (不良): non buono, cattivo, inferiore, delinquente.

Bosozoku: i giovani ribelli in moto

Conosci i bosozoku? A un paese che vende disciplina e cultura millenaria non si associano subito bande di motociclisti che girano la notte, fanno casino e tengono occupata la polizia. È lo stereotipo del biker che giura di avere una causa nobile.

Eppure il Giappone ha avuto i suoi. I bosozoku sono gang di motociclisti che personalizzano le moto, violano il codice della strada e, in alcuni casi, hanno fatto da serbatoio alla yakuza.

Gruppo di bosozoku in sella a moto con scarichi e carenature estreme

Origine e attività dei bosozoku

Il termine bosozoku (暴走族) si è imposto negli anni Settanta e significa, alla lettera, tribù della corsa fuori controllo. Il fenomeno, però, viene dagli anni Cinquanta, quando il Giappone si rialzava dalla guerra e l’industria delle due ruote cresceva. Giovani di classe bassa — e, all’inizio, anche reduci che non riuscivano a rientrare nella vita civile — si univano per mostrare insoddisfazione. Si facevano chiamare kaminari zoku, «tribù del tuono».

La molla era la ribellione alle norme, quella di sempre. Molti avevano meno della maggiore età: all’epoca, in Giappone, si diventava adulti a 20 anni (dal 2022 la soglia civile è 18). Parte di loro ignorava qualsiasi discorso sulla libertà e si univa solo per stare in un gruppo.

Bosozoku in formazione su una strada giapponese di notte

Sai quel bisogno giovanile di appartenere a un collettivo? Ecco. A volte non erano altro che una banda da cortile. Furono gli anni Ottanta e Novanta a dar loro notorietà: vandalismo serio, scontri con la polizia, cortei lenti in autostrada.

È ovvio che dichiarino di farlo per una buona causa, e da fuori può sembrare figo. Personalmente non simpatizzo con chi commette un danno per giustificarne un altro. Forse sto parlando un po’ negativamente dei bosozoku, ma spero che non ti offenda.

Nel 1982 la polizia ne contava 42.510. Giravano in gruppo, cercavano rissa, facevano rumore con gli scarichi aperti, violavano il codice, si lanciavano in gare e altre buffonate per farsi notare.

I bosozoku si sentono una famiglia e, come gli yakuza, si danno principi da rispettare.

Come si vestono i bosozoku?

L’uniforme tipica è una tuta da lavoro, simile a quella degli operai, oppure il tokkou-fuku (特攻服), un soprabito da «attacco speciale» ricamato con slogan in kanji. Pantaloni larghi e stivali militari chiudono il look. Le moto le decorano fino a farle sembrare uscite da un carro di carnevale: carenature alte, manubri a scimmia, clacson a tromba, vernici sgargianti e, spesso, bandiere o sole nascente.

Dettaglio di una moto bosozoku con carenature alte e vernice vistosa

Per chi ama il silenzio, oggi i bosozoku sono quasi un ricordo. Il colpo grosso arriva nel 2004, quando una revisione del codice della strada dà alla polizia più potere per fermare i gruppi in corsa spericolata. Nel 1982 erano più di 40.000; nel 2011 i membri registrati erano 9.064; nel 2015 la polizia nazionale ne contava circa 6.771. I gruppi si sono fatti piccoli. Al posto delle moto esagerate si vedono più scooter.

Qualche vicino, di notte, sente ancora lo scarico. Negli anime, nei drama e nei film lo stile è rimasto. Si pensa anche che le distrazioni del mondo attuale — giochi, stanza, schermo — abbiano tolto voglia a molti di spendere soldi e notti su una moto da gang.

Da fenomeno pericoloso sono diventati, in tanti quartieri, un gruppetto rumoroso e più innocuo, che però non ha perso del tutto i propri obiettivi. Hai mai visto un bosozoku dal vivo? Che esperienza hai avuto con questi motociclisti?

Ragazze sukeban in divisa scolastica modificata
Sukeban: le bande di ragazze in Giappone

Sukeban: le bande delle ragazze giapponesi

Hai mai sentito parlare delle sukeban [スケバン|女番], le bande di ragazze teppiste? In senso stretto la parola indica la leader del gruppo. Quei gruppi erano popolari nel secolo scorso. Oggi sopravvivono soprattutto come stereotipo e come moda.

Il termine circola dalla fine degli anni Sessanta. Nella yakuza e in molte bande maschili le donne non entravano, o entravano poco. Così se ne sono fatte di proprie. Lo scrittore Jake Adelstein, che ha seguito a lungo il crimine in Giappone, nota proprio questo: in un ambiente maschile e sessista, l’esistenza stessa di quelle bande era un’anomalia. Il mondo parlava di femminismo e liberazione, e alcune ragazze hanno preteso il diritto di ribellarsi come i maschi — anche nel modo più stupido e violento.

Incontro tra diverse bande giovanili per strada in Giappone
Diverse bande si incrociano in Giappone

Lo stile di vita sukeban

A differenza di molte gang maschili, più concentrate su crimini e risse tra rivali, le sukeban tenevano un codice interno rigido. Ogni gruppo aveva una gerarchia e le proprie punizioni. Avevano valori — conservatori, a modo loro — e ci si attaccavano.

In generale le riconoscevi dai capelli tinti o con la permanente, e dalla divisa scolastica portata quasi sempre, ma alterata: calze colorate, maniche arrotolate, gonna allungata, poco trucco. I vestiti troppo provocanti erano malvisti. Si partiva da gruppetti che nascondevano sigarette e coltelli nei bagni della scuola. Poi i numeri crescevano, e con i numeri il livello di reato. C’erano bande da 50 o 80 ragazze. Un’alleanza nota come Alleanza delle delinquenti del Kantō arrivò a vantare circa 20.000 membri.

Il fenomeno toccò l’apice negli anni Settanta. Il gruppo più temuto, almeno nella memoria di strada, si chiamava K-Ko the Razor, da Saitama, nella grande area di Tokyo. Il nome veniva dall’arma: un rasoio, avvolto in un panno e tenuto tra i seni. Nessun altro gruppo ha lasciato una fama simile. È anche, in parte, leggenda urbana.

Sukeban con gonna lunga e uniforme scolastica modificata

Regole, punizioni e fama

Infrangere le regole poteva portare al linciaggio interno. I gradi di punizione variavano. Quella «leggera» era una sigaretta spenta sulla pelle. Quella «media» arrivava alle parti intime. Le cause cambiavano da banda a banda: disprezzo verso le più anziane, parlare con i nemici, farsi beccare con la droga. La più comune, però, era avere a che fare con il sesso opposto.

Tradire un fidanzato poteva bastare. Queste ragazze sembravano e agivano più grandi di quanto fossero. Un altro fatto che smentisce il cliché da film erotico: su appuntamenti, romance e sesso erano spesso rigidissime. Col tempo le bande si sono assottigliate e molte si sono reintegrate.

I media, da allora, ci hanno campato benissimo. Film del filone Pinky Violence, manga come Sukeban Deka, anime e anche qualche gioco hanno tenuto in vita l’immagine della ragazza-capo. Tracce di quello stile restano nella cultura pop e, a intermittenza, nella vita quotidiana giapponese.

Fonti e link utili

Sull'autore

Kevin Henrique

Specialista con oltre 10 anni di esperienza nella cultura asiatica, con focus su Giappone, Corea, anime e giochi. Autodidatta, scrittore e viaggiatore concentrato sull'insegnamento del giapponese, consigli di viaggio e curiosità profonde.

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