Bunraku: teatro di marionette giapponese e ningyō jōruri

Bunraku: teatro di marionette giapponese e ningyō jōruri

Tre burattinai, una voce e lo shamisen: come funziona il teatro di marionette del Giappone

«I burattinai del bunraku sono come divinità incarnate.» — Jean-Louis Barrault

Derivato da bunrazuka e noto anche come Ningyō jōruri (人形浄瑠璃), il bunraku non è un semplice spettacolo di burattini. È una radice culturale del teatro giapponese in cui tre burattinai muovono una sola marionetta: un dettaglio raro nel mondo, e il motivo per cui la figura sembra respirare da sola sul palco.

Il fascino nasce da quella sincronia impossibile da imitare in frettolina: testa, braccio destro, braccio sinistro e piedi devono “pensare” come un unico corpo. Se uno dei tre sbaglia di un secondo, l’illusione si spezza.

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Da dove viene il nome e la forma Ningyō jōruri

Il nome più usato oggi, bunraku (文楽), si è affermato in epoca moderna grazie al teatro fondato a Osaka intorno al progetto di Uemura Bunrakuken: col tempo, il nome del teatro ha finito per indicare l’intera forma. Il termine più tecnico resta ningyō jōruri: burattini (ningyō) + narrazione cantata (jōruri).

Il nucleo classico unisce tre elementi: marionette grandi e articolate, il cantore-narratore (tayū) e lo shamisen. Non è un genere “per bambini”: i temi adulti — dovere, passione, lealtà, suicidio d’amore — sedevano (e siedono) accanto al kabuki e al nō tra le grandi arti della scena giapponese.

Chikamatsu, Gidayū e l’età d’oro

Il bunraku visse il suo momento più intenso tra la fine del XVII e la metà del XVIII secolo. Chikamatsu Monzaemon (1653–1724) portò sul palco dei burattini i sentimenti umani con una precisione quasi letteraria: passione, conflitto morale e, spesso, il doppio suicidio d’amore (shinjū), tanto da essere paragonato — con cautela, ma non a caso — a uno Shakespeare del teatro giapponese.

Takemoto Gidayū (1651–1714) consolidò lo stile di narrazione che ancora oggi si riconosce nel termine tayū: la voce che racconta, interpreta e cambia registro per ogni personaggio. All’inizio i burattini erano mossi da un solo manipolatore; a metà del Settecento si afferma la tecnica a tre burattinai, che dà più mobilità e peso ai protagonisti.

Le trame classiche si dividono soprattutto in due famiglie: jidaimono (storie ambientate in un passato feudale o leggendario) e sewamono (drammi contemporanei al pubblico di allora, spesso di vita urbana e di quartieri di piacere). UNESCO ricorda che del repertorio scritto in epoca Edo ne restano in scena circa 160 opere su centinaia composte.

La funzione di ogni burattinaio

In scena, i tre ruoli non sono intercambiabili. Ognuno ha un compito preciso e una gerarchia di apprendistato:

Burattinaio principale (omo-zukai): inserisce la mano sinistra nell’apertura del busto e tiene la leva del collo tra il pollice e l’indice, sostenendo così il burattino. Con le tre dita rimanenti manovra i fili che muovono occhi, bocca e sopracciglia. La mano destra muove il braccio destro della marionetta. In pratica: testa, peso del corpo e braccio destro. Si presenta spesso a volto scoperto, con geta alte e guanti bianchi.

Burattinaio hidari-zukai in abito scuro che muove la mano sinistra del burattino

Burattinaio secondario (hidari-zukai): muove la mano sinistra del burattino, seguendo la direzione della testa e dell’altro braccio guidati dall’omo-zukai. Usa guanti neri, ha il viso coperto e calza sandali di paglia (zori).

Burattinaio terziario (ashi-zukai): muove i piedi. C’è una regola importante: le marionette femminili spesso non hanno piedi visibili, quindi spetta al manipolatore creare l’illusione di gambe e passi usando la barra e le pieghe del kimono. Anche lui usa sandali di paglia. È il ruolo più faticoso: resta coperto e chino per tutta la durata dello spettacolo, senza “esistere” agli occhi del pubblico.

La coordinazione di ogni personaggio dipende dalla sincronia dei tre. Si impara osservando e imitando: non c’è una scuola “da manuale” che sostituisca gli anni di prova sul palco. Nella tradizione si parla di un percorso lunghissimo — circa dieci anni per i piedi, dieci per il braccio sinistro, altri dieci prima di reggere testa e braccio destro — non come diploma stampato, ma come mestiere trasmesso corpo a corpo.

Struttura delle marionette

Con circa la metà delle dimensioni di un adulto, il peso delle marionette si aggira tra i 10 e i 15 chili. Esistono pezzi speciali che arrivano intorno ai 20 chili: per esempio la cortigiana di alto rango (keisei) o il guerriero, più pesanti per ornamenti e costumi elaborati.

Cambia anche il materiale e la meccanica della testa a seconda del personaggio. I personaggi maschili spesso muovono bocca e sopracciglia; quelli femminili le palpebre e un gancio che permette di agganciare la manica del kimono in gesti di peso o tristezza. Non è decorazione: ogni snodo serve a far leggere un’emozione da lontano, senza che il burattinaio “spieghi” a parole.

Suonatore di shamisen accanto al narratore in uno spettacolo di bunraku

L’accompagnamento sonoro: tayū e shamisen

Uno spettacolo non si regge solo sui burattinai. Il tayū recita il jōruri — una forma narrativa poetica e drammatica — e il musicista dello shamisen dà il respiro musicale a recitazione e movimento.

In modo semplice: il tayū racconta e “interpreta” tutti i ruoli con toni di voce diversi (uomo, donna, rabbia, pianto, sussurro); lo shamisen non è sottofondo di cortesia, ma guida il tempo e l’atmosfera, come un’opera in cui la melodia anticipa o chiude il gesto. L’interpretazione del jōruri è ciò che distingue una compagnia da un’altra: lo stesso testo può sembrare un’altra storia se cambia la voce.

Dal rialzo laterale del palco (la yuka), narratore e musicista restano visibili. Non sono invisibili come i due assistenti in nero: la loro presenza fa parte dello spettacolo, non del “dietro le quinte”.

Il bunraku oggi: Osaka, Unesco e repertorio vivo

Dopo l’apice del Settecento, il bunraku conobbe declini e riprese: concorrenza del kabuki, chiusure di teatri, guerre e ricostruzioni. Non scomparve. Nel 1955 il Giappone lo riconobbe come importante patrimonio culturale immateriale nazionale; nel 2003/2008 l’UNESCO lo iscrisse nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità come Ningyo Johruri Bunraku puppet theatre.

Il centro di riferimento resta il Teatro Nazionale del Bunraku a Osaka (Nipponbashi), con tournée anche a Tokyo e in altre sedi. Gli spettacoli di un tempo potevano durare l’intera giornata; oggi si presentano di solito in due o tre atti, più accessibili al pubblico contemporaneo, senza rinunciare alla densità del testo classico.

Guardare bunraku oggi non è “vedere burattini per curiosità turistica” e basta: è assistere a un mestiere in cui tre corpi umani prestano la vita a un pezzo di legno e stoffa, e una sola voce sostiene un cast intero. Quando funziona, non pensi ai guanti neri: pensi al personaggio che esita prima di uscire di scena.

Fonti e link utili

Sull'autore

Kevin Henrique

Specialista con oltre 10 anni di esperienza nella cultura asiatica, con focus su Giappone, Corea, anime e giochi. Autodidatta, scrittore e viaggiatore concentrato sull'insegnamento del giapponese, consigli di viaggio e curiosità profonde.

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