In Giappone la prostituzione è vietata da una legge del 1956. Eppure, di notte, quartieri come Yoshiwara e Kabukichō continuano a vendere compagnia, un bagno e un’idea di intimità che sulla carta non si chiama così.
Il punto non è una mappa di locali. È capire perché quella legge ha spento i bordelli ufficiali e, nello stesso gesto, ha lasciato vivo un mercato enorme: i fūzoku, il mizu shōbai, le soapland. Chi arriva da fuori confonde spesso tutto con le geisha. Non è la stessa storia.
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La prostituzione è vietata in Giappone?
Sì. Il 24 maggio 1956 la Dieta approvò la Baishun Bōshi Hō [売春防止法], la legge anti-prostituzione n. 118. Entrò in vigore il 1º aprile 1957 e divenne pienamente efficace il 1º aprile 1958. Da allora i bordelli con licenza ufficiale sono finiti; l’industria, no. Secondo una stima spesso ripetuta, il mercato notturno muove più di 2.300 miliardi di yen all’anno.
La legge definisce la prostituzione come un rapporto sessuale con una persona non specificata in cambio di un pagamento o della promessa di pagamento. L’articolo 3 dice che nessuno può prostituirsi né diventane cliente, ma non prevede una pena per l’atto in sé. Quello che la norma punisce con più forza è il favoreggiamento: adescamento, sfruttamento, contratti, gestione di un luogo. Per questo i locali non vendono «prostituzione». Vendono conversazione, bagno, massaggio, danza — e lasciano il resto in una zona grigia.

È comune, in Giappone, pagare per parlare con una donna, per fare il bagno o per ballare. Esistono formati ancora più stretti, pensati per restare fuori dalla definizione legale. Certo: dietro porta chiusa il controllo è debole, e nei quartieri di Tokyo — e di altre città — circolano centinaia di locali sospetti. Questo, però, non è un manuale per entrarci.
La storia della prostituzione in Giappone
L’industria del sesso, in giapponese, si chiama fūzoku [風俗]: letteralmente stile [風] e costume [俗], o «morale pubblica». La parola copre servizi indecenti, ma ha anche usi che non c’entrano con il sesso. Un’altra etichetta, più larga, è mizu shōbai [水商売], il «commercio dell’acqua»: il guadagno che dipende dal cliente, dal tempo e dalla popolarità, dai bar alle hostess fino ai locali per adulti. La prostituzione vietata dalla legge, invece, è il baishun [売春]; la prostituta, in quel senso stretto, è la baishunfu [売春婦].

Diversamente da ciò che alcuni pensano, le geishe non hanno nulla a che fare con la prostituzione. Diventare geisha era, per molte donne, un modo per avere un lavoro dignitoso e non cadere nel mestiere che, in quei secoli, era già fortissimo. Le cortigiane dei quartieri a luci rosse erano un’altra figura: le yūjo [遊女], con una gerarchia che arrivava fino alle oiran.
La prostituzione in Giappone non «nasce» con gli stranieri. Esiste da secoli. Nel XVI secolo, però, navi portoghesi e i loro equipaggi — europei, asiatici e africani — comprarono o catturarono giovani giapponesi e le usarono come schiave sessuali a bordo o le portarono a Macao, in India e in altre colonie. È un pezzo brutale della storia, non l’origine dell’intero mestiere.
Già nel periodo Edo lo shogunato Tokugawa limitò la prostituzione ad aree chiamate yūkaku [遊廓]. Le più note furono Yoshiwara a Edo (l’odierna Tokyo), Shinmachi a Osaka e Shimabara a Kyoto. I quartieri erano recintati, tassati, controllati. Le yūjo non uscivano se non in rari casi, per esempio lo hanami.
L’inganno della prostituzione in Giappone
Uno dei malintesi più ostinati è che «tutto sia giapponese». Molte lavoratrici dei locali per adulti non lo sono. Da decenni arrivano, tra le altre, donne cinesi, coreane, filippine e thailandesi. Lo straniero che cerca «una giapponese» spesso compra un’immagine, non una nazionalità.

Poiché la prostituzione è ufficialmente vietata, molta industria usa l’impulso sessuale per vendere alternative: i club di hostess, dove si paga per parlare; video erotici e animati; insegne provocanti; persino il mimikaki, la pulizia delle orecchie fatta da una ragazza in un locale a tema. Non è sesso a pagamento secondo la legge. È la superficie che tiene in piedi l’idea di una «purezza» pubblica.
Altri finiscono dipendenti dagli snack bar: cameriere abili che seducono i clienti a spendere sempre di più, nella speranza — spesso vana — di una notte insieme. Il locale vende conversazione e alcol. La speranza è il prodotto extra, e quasi mai è in menu.
Soapland e case di massaggio
Le case di massaggio hanno successo in Giappone per un motivo banale: tanta gente lavora troppo e cerca un posto per spegnersi, in un onsen o in uno studio specializzato. Ce ne sono di unisex, di riservati alle donne, di del tutto innocenti. Non vanno messe tutte nello stesso sacco.
Le soapland [ソープランド, sōpurando] sono un’altra cosa. Nacquero come bagni dopo il 1958, si chiamarono a lungo toruko-buro («bagno turco») e nel 1984 cambiarono nome dopo le proteste della comunità turca. Ufficialmente il cliente paga per usare la vasca e per un massaggio. Nella pratica, il formato è il volto più visibile del fūzoku: Yoshiwara, l’antico quartiere del piacere, ne è ancora il simbolo a Tokyo.

Un massaggio erotico non rientra, da solo, nella definizione legale di prostituzione. È proprio su quel bordo che molti locali giocano. La finzione, ripetuta da decenni, è che dopo il bagno le due persone «si conoscano», e quindi non siano più «non specificate». I tribunali non hanno sempre accettato questa scusa; alcuni gestori sono stati condannati. Resta il fatto: la legge è stretta sulla carta e porosa nella vita.
A Kabukichō, di notte, uomini in strada invitano i passanti verso locali di cui non dicono quasi nulla. Non è un’indicazione di percorso. È un rischio: prezzi opachi, locale diverso da quello promesso, e a volte gente che non conviene seguire.
Compagnia a pagamento, senza una guida
Come già detto, in Giappone si trova facilmente compagnia senza rapporto sessuale: si paga per avere con chi parlare. Hostess, host, snack. È un mestiere di alcol, ascolto e conto salato, non un bordello con un altro nome.

Non raccomanderò nessun luogo specifico, soprattutto perché detesto questo tipo di pratica: scrivo per curiosità culturale, non per indicare la strada. Attenzione agli sconosciuti che offrono «servizi» in strada, in particolare a Kabukichō. Molti locali ruotano intorno a circuiti opachi; alcuni sono legati alla yakuza. Finire in prigione per un turista è raro. Farsi spennare, o peggio, lo è meno.
La domanda giusta, alla fine, non è «dove si prenota». È questa: come fa un paese a vietare la prostituzione e, nello stesso secolo, a tenere in vita un’industria che vive proprio di quella assenza di nome.
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