Sostantivi, pronomi e plurale in giapponese: guida base

Nel giapponese il numero si capisce spesso dal contesto: conoscere sostantivi, pronomi e suffissi come たち aiuta a...

I sostantivi giapponesi sembrano semplici all'inizio, ma proprio questa semplicità crea molti equivoci per chi ragiona con la grammatica italiana in testa. In giapponese un sostantivo non cambia forma per maschile, femminile, singolare o plurale, e molto spesso il senso preciso si capisce dal contesto, dalle particelle o dai numeri presenti nella frase.

Vale lo stesso per i pronomi. Esistono, ma non funzionano come in italiano. In molte situazioni reali si preferisce usare il nome della persona, il cognome con -san o un titolo come sensei, invece di dire continuamente “tu”, “lui” o “lei”. Se vuoi leggere il giapponese con meno traduzioni rigide, è da qui che conviene partire.

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Sostantivi giapponesi: niente genere, numero o articoli

In giapponese i sostantivi rientrano nella categoria 名詞 (meishi). La prima differenza evidente rispetto all'italiano è che non esistono articoli come “il”, “lo”, “la” o “i”, e il sostantivo non si piega per indicare il genere grammaticale. Una parola come sensei può riferirsi a un insegnante uomo, a un'insegnante donna o a più insegnanti, se la frase non aggiunge altri indizi.

Lo stesso vale per parole comuni come neko (gatto), hon (libro) o tomodachi (amico/amici). Quando il numero conta davvero, il giapponese tende a chiarirlo con un contatore o con un'espressione quantitativa, non cambiando la desinenza del sostantivo come facciamo noi.

Sostantivi propri e comuni

I sostantivi propri indicano nomi specifici, come Tokyo (東京), Giappone (日本 / Nihon o Nippon) e Monte Fuji (富士山 / Fuji-san). I sostantivi comuni nominano persone, oggetti, luoghi o idee in senso generale, per esempio hito (persona), kuruma (auto), gakkō (scuola) e kotoba (parola).

Se stai studiando la struttura della frase, ricorda che il giapponese affida molto lavoro alle particelle. Non è il sostantivo a cambiare: sono elementi come wa, ga e no a chiarire funzione e relazione. Per questo molti errori dei principianti non nascono dal vocabolario, ma dal voler forzare nel giapponese le categorie fisse dell'italiano.

Pronomi in giapponese: esistono, ma si usano con cautela

I pronomi personali in giapponese esistono, però non sono sempre la scelta più naturale. Nella conversazione quotidiana si evita spesso di esplicitare il soggetto quando è già chiaro, e al posto di “tu” o “lei” si preferisce il nome della persona o il suo ruolo. È uno dei motivi per cui molte traduzioni letterali suonano strane.

Se vuoi approfondire le sfumature delle forme di prima persona, trovi altri esempi nella nostra guida su come si dice “io” in giapponese. Per i dimostrativi e le serie kore, sore, are e simili, può aiutarti anche l'articolo sul sistema kosoado.

Prima persona

  • 私 (watashi) - neutro e comune, adatto a molti contesti.
  • 僕 (boku) - frequente tra uomini, spesso percepito come più morbido di ore.
  • 俺 (ore) - informale e più diretto, da usare solo quando il contesto lo permette.
  • わたくし (watakushi) - molto formale.
  • あたし (atashi) - variante colloquiale, più frequente nel parlato femminile informale.

Non esiste quindi un unico “io” valido sempre. La scelta dipende da età, tono, rapporto tra i parlanti e situazione.

Seconda e terza persona

あなた (anata) viene spesso insegnato come traduzione diretta di “tu”, ma nel giapponese reale non è una soluzione universale. In certe situazioni può risultare distante, marcato o semplicemente meno naturale del nome della persona. 君 (kimi) è più informale e dipende molto dal rapporto tra i parlanti, mentre お前 (omae) è brusco e può suonare aggressivo.

Per la terza persona trovi forme come 彼 (kare) e 彼女 (kanojo), ma anche qui il giapponese preferisce spesso soluzioni più contestuali, come ano hito (“quella persona”), un nome proprio o un titolo. In breve: conoscere i pronomi è necessario, usarli a ogni frase no.

Come funziona davvero il plurale in giapponese

Dire che “in giapponese non esiste il plurale” è una scorciatoia utile, ma incompleta. Più precisamente, il giapponese non marca il plurale in modo obbligatorio come l'italiano. La distinzione tra uno e molti viene ricavata dal contesto oppure resa esplicita solo quando serve.

Ad esempio, inu può voler dire “cane” oppure “cani”. Se però dici inu ga takusan iru, la presenza di takusan (“molti”) chiarisce subito che stai parlando di più cani. Lo stesso succede con numeri e contatori.

Suffissi come -tachi, -ra e -gata

Quando vuoi rendere il plurale più esplicito, soprattutto con persone, compaiono suffissi come questi:

  • -たち (-tachi) - molto comune con persone e pronomi: watashitachi (noi), kodomotachi (bambini).
  • -ら (-ra) - usato in molti casi con persone, spesso con tono più colloquiale: karera (loro).
  • -方 (-gata) - forma più rispettosa: senseigata può indicare “i professori” in modo onorifico.

Questi suffissi non si attaccano liberamente a qualsiasi sostantivo come se fossero il nostro plurale in -i o -e. Servono soprattutto con gruppi di persone, referenti umani o insiemi percepiti come collettivi.

Esistono poi forme lessicalizzate come 人々 (hitobito), cioè “persone”, ottenuta per raddoppiamento del kanji. È utile conoscerla, ma non va confusa con una regola universale valida per ogni parola giapponese.

Numeri e contatori contano più del plurale

Se vuoi indicare quantità in modo chiaro, nella pratica i numeri sono più importanti dei suffissi plurali. Dire san-nin no gakusei significa “tre studenti”; dire ni-hon no pen significa “due penne” o “due oggetti lunghi”, a seconda del contatore usato. È qui che il giapponese diventa davvero preciso.

Per questo conviene studiare presto anche i contatori giapponesi. Sono loro a chiarire se stai contando persone, oggetti piatti, macchine, libri o animali, mentre il sostantivo resta spesso invariato.

Errori comuni da evitare

  • Non cercare il maschile e il femminile dove il giapponese non li marca grammaticalmente.
  • Non trasformare ogni sostantivo in plurale solo perché in italiano sarebbe obbligatorio.
  • Non usare anata come equivalente automatico di “tu” in ogni situazione.
  • Non pensare che -tachi funzioni come un plurale universale per cose e oggetti.
  • Non tradurre alla lettera senza guardare contesto, particelle e contatori.

Se tieni presenti questi punti, leggere il giapponese diventa molto più naturale. I sostantivi non cambiano quanto quelli italiani, i pronomi si dosano con più prudenza e il plurale si capisce spesso da ciò che circonda la parola, non dalla parola stessa. È proprio questa logica a rendere la grammatica giapponese essenziale in superficie, ma molto precisa quando impari a riconoscerne gli indizi giusti.

Fonti e link utili

Sull'autore

Kevin Henrique

Specialista con oltre 10 anni di esperienza nella cultura asiatica, con focus su Giappone, Corea, anime e giochi. Autodidatta, scrittore e viaggiatore concentrato sull'insegnamento del giapponese, consigli di viaggio e curiosità profonde.

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