In tanti si chiedono se l'aborto in Giappone sia permesso o davvero legalizzato. La risposta esiste da decenni, ma non è un «sì» semplice: tra norme, firme e costi, la pratica legale convive con limiti che chi guarda dal di fuori spesso non immagina.
L'aborto (中絶, chūzetsu) ha un quadro legale in Giappone dal 1948. A differenza di molti Paesi dove il dibattito si aggroviglia soprattutto su religione e partiti, qui il focus pubblico punta altrove: natalità bassa, costo della procedura e, soprattutto, il requisito del consenso del partner in tanti casi. Chi esegue un aborto senza il consenso della donna, o con metodi clandestini non autorizzati, rischia sanzioni penali.
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La storia dell'aborto in Giappone
Il Giappone ha una storia lunga e mutevole sull'aborto. Nel periodo Edo esistevano pratiche di controllo delle nascite tra i contadini in tempi di carestia; più tardi arrivarono i divieti: nel 1842 restrizioni a Edo e, nel 1869, un divieto su scala nazionale. Nel 1923 i medici ottennero il permesso di intervenire in emergenza quando la vita della madre era a rischio. Dopo la Seconda guerra mondiale, con la scarsità di cibo e un balzo demografico, nel 1948 fu approvata la Legge di protezione eugenetica, che legalizzò l'interruzione indotta in circostanze particolari. Nel 1996 quella legge fu riformata e prese il nome di Legge di protezione della salute materna (母体保護法, Botai hogo-hō).
Oggi il tema si discute meno come «guerra culturale» aperta rispetto ad altri Paesi, ma questo non lo rende semplice. Una parte rilevante della società accetta che esista un quadro legale; un'altra insiste sul fatto che la decisione finale debba spettare alla donna senza dipendere dalla firma di un uomo. Pesa anche l'abitudine a non intromettersi nella vita altrui: molta gente preferisce non commentare in pubblico la scelta di un'altra famiglia.
La pratica dell'aborto, in un modo o nell'altro, esiste da secoli in quasi tutto il mondo. Anticamente si usavano metodi pericolosi e disumani. Casi gravi di violenza e abbandono di neonati — tra cui quello della levatrice Miyuki Ishikawa nel dopoguerra — spingono lo Stato a canalizzare la procedura per via medica invece di lasciarla alla clandestinità.

Non basta «qualsiasi motivo»: cosa permette la legge
Un punto che confonde molti è questo: il Giappone non tratta l'aborto come un diritto illimitato «per qualunque ragione». La normativa prevede circostanze limitate e medici designati. In pratica, le motivazioni riconosciute ruotano attorno a salute e condizioni di vita, non a un menu aperto di preferenze.
Secondo il quadro legale giapponese, l'interruzione può essere considerata quando, in sintesi:
- la gravidanza è conseguenza di una violenza sessuale;
- non ci sono condizioni economiche per mantenere il figlio;
- proseguire può compromettere la salute della madre;
- esiste un rischio grave per la salute fisica o mentale della donna;
- la procedura avviene entro i limiti di epoca gestazionale previsti (in linea di massima fino alla 22ª settimana, secondo le regole applicate).
Sul piano del codice penale l'aborto resta in teoria un reato, ma le eccezioni della legge sulla salute materna sono così ampie che la pratica legale è da tempo consolidata. Molti osservatori notano anche che, nella vita reale delle cliniche, i motivi economici e sanitari finiscono per coprire la stragrande maggioranza dei casi registrati.

Consenso del partner, pillola abortiva e costo
Qui nasce uno dei punti più discussi all'estero. Se la donna è sposata, per motivi socioeconomici la legge chiede anche il consenso del coniuge. In teoria non vale allo stesso modo in matrimoni spezzati, abusi o gravidanze da violenza; in pratica, però, molti medici e strutture chiedono comunque la firma dell'uomo ritenuto padre, anche a donne non sposate, per paura di contenziosi. Non è un dettaglio: può trasformare un diritto condizionato in un percorso a ostacoli.
Fino al 2023 l'aborto legale era soprattutto chirurgico. Ad aprile 2023 il ministero della Salute ha autorizzato la commercializzazione del Mefeego Pack (mifepristone e misoprostolo), la prima pillola abortiva approvata nel Paese, per gravidanze in fase iniziale (fino a circa 9 settimane di gestazione). Non è «la fine di tutti i limiti»: restano il controllo medico, le regole di somministrazione e — punto decisivo — il fatto che la procedura non sia coperta dall'assicurazione sanitaria nazionale.
I costi contano quanto le firme. Un aborto chirurgico può oscillare, a seconda della struttura e dell'epoca gestazionale, tra circa 100.000 e 200.000 yen (e in alcune stime si arriva più in alto). La pillola, con visita e controllo, si colloca spesso intorno ai 100.000 yen. Per chi ha poco margine economico, la legalità sulla carta non elimina la barriera del portafoglio.
Dati e numeri sull'aborto in Giappone
I numeri ufficiali raccontano un calo lungo rispetto al dopoguerra e agli anni del boom. Nel 2019 le interruzioni registrate erano circa 156.000; nel 2020 il ministero ha riportato circa 145.000 casi, in calo rispetto all'anno precedente. Siamo lontani dalle centinaia di migliaia annue che circolavano in stime più vecchie o in discorsi da bar: le serie storiche mostrano un picco altissimo a metà Novecento e poi una discesa continua.
Va detto che i medici possono sottostimare i totali (tasse, privacy, pratiche grigie), ma la tendenza al ribasso è considerata ragionevolmente affidabile. Un altro tratto spesso citato è il tasso relativamente basso di gravidanze adolescenziali rispetto a molti Paesi: tra gli aborti, la quota delle under 20 resta minoritaria rispetto alle fasce 20–30 anni. Quando le adolescenti abortiscono, pesano stigma, scuola e difficoltà a chiedere aiuto in famiglia.

Curiosità: kokeshi, mizuko e memoria
Probabilmente hai già visto le kokeshi, le bambole di legno popolari come souvenir. Secondo un'interpretazione legata al Tōhoku e alle carestie, alcune di queste figure furono collegate al ricordo di bambini «restituiti» all'aldilà — non come certificato storico unanime, ma come lettura culturale che circola da tempo. La forma semplice (corpo cilindrico, volto sereno) le rende oggetti di affetto e, a volte, di memoria.
In Giappone esistono anche templi e spazi dedicati ai mizuko (水子, «bambini d'acqua»): il termine indica feti e neonati morti o non nati. Il rito del mizuko kuyō (水子供養) si è diffuso soprattutto dalla seconda metà del Novecento come cerimonia di commemorazione e, per alcuni, di elaborazione del senso di colpa. Molte donne e famiglie lasciano piccole statue di Jizō, giocattoli o offerte; non è «la religione ufficiale dell'aborto», ma un pezzo reale del paesaggio culturale. Durante un viaggio in Giappone, ho trovato questo tipo di memoriali in un tempio vicino alla Torre di Tokyo — un angolo silenzioso in mezzo al rumore della città.
Chi vuole capire meglio come convivano modernità e rituali a Tokyo può anche guardare altre tappe urbane, dal tempio Sensō-ji ad Asakusa alle guide sulla capitale: l'aborto non è un tema da cartolina, ma si intreccia a come il Paese pensa nascita, famiglia e rispetto del privato.

La mia lettura dell'argomento
Mi solleva sapere che, sulla carta, l'aborto non è trattato come un gesto «senza motivo» e senza controlli. Allo stesso tempo mi preoccupa che, nella pratica, firma del partner, costi elevati e scarso accesso a metodi meno invasivi (fino a pochissimo tempo fa) possano spingere alcune donne verso scelte più rischiose o verso il silenzio. La legalità non è automatica accessibilità.
L'aborto in Giappone resta un tema delicato: legge antica e aggiornamenti recenti, demografia in calo, rituali di lutto e un'etichetta sociale che evita lo scontro pubblico. Non ho la pretesa di chiudere il dibattito. Mi interessa, però, che chi legge da fuori veda oltre lo slogan: sì, è legale da decenni; no, non è un percorso neutro né gratuito né, per tutte, davvero autonomo.
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